Il Labirinto della Masone è un’apparizione surreale nel mezzo della buia campagna parmense: una piramide splendente di luce azzurra, circondata da un dedalo di bambù, ben più grande dei vicini e sparuti gruppetti di case che punteggiano gli incroci delle stradine campestri.
Al nostro arrivo il cortile centrale è ancora deserto e i primi avventurieri iniziano a farsi vivi alla spicciolata. Decidiamo di ammazzare il tempo esplorando questo strano monumento, nato dalla visione di Franco Maria Ricci e inaugurato appena l’anno scorso. Detto fatto, ci ritroviamo ben presto invischiati nelle maglie tessute dal marketing team di Absolut, sotto forma di una sorprendentemente innocua esplorazione notturna del labirinto, a tema Alice nel Paese delle Meraviglie, il tutto per ritrovarsi – ovviamente – invischiati in una lunga coda per qualche goccio di alcool, ché pur sempre di marketing si tratta.

Nel frattempo sale sul palco Petit Singe ad aprire la serata, i bassi roboanti attraversano il labirinto e paiono la coda delle vibrazioni lasciate nell’aria dai Sunn O))) il giorno prima. Ci liberiamo in fretta e furia dai bianconigli e dalle reginedicuori e corriamo al palco, ma arriviamo in coda al set. Maledetto marketing, maledetta sete.

Subito però dal palco immerso nel fumo si alza il suono acido e arabeggiante di un synth, e l’inconfondibile figura di Omar Souleyman, tunica nera, kefiah e occhiali da sole di ordinanza, compare al fianco del fidato tastierista Rizan Sa’id. Un’introduzione lenta e atmosferica che sfocia direttamente in quella miscela esplosiva di techno-dabka fatta di synth pacchiani e spudorati, cassa potente e percussioni plasticose da disco anni ’80, unite a questa voce profonda e cantilenante. Hai presente un matrimonio siriano? Ecco, io no. Ma se provo ad immagine l’atmosfera di una festa da quelle parti, me la figuro proprio così: mani alzate e danze divertite, con la cassa in quattro e gli arabeschi di tastiera. Perché un concerto di Omar Souleyman è fondamentalmente una festa, e se anche iI pubblico ci mette un po’ a scaldarsi, lui, da consumatissimo performer per matrimoni qual era prima di essere scoperto in Occidente, non si perde d’animo e si lancia in una fila di brani infuocati, tra cui le hit Warni Warni,Shift Al Mani e Wenu Wenu, che smuovono anche i più restii.

A chiudere la serata arriva il duo Karim & Karam, rispettivamente The Knife e Fever Ray, fasciate in tutine dorate che – se non altro – non sfigurano con la scenografia onirica di questa piramide. Il set invece oscilla tra il trascurabile e il noioso, con appena qualche intuizione qua e là. Un mixtape un po’ arabeggiante, un po’ reggaeggiante, bell’e pronto da ascoltare in auto, ma difficilmente buono per ballare.

Daniele Piccoli