Ieri sera, alla Santeria di Milano, Micah P. Hinson ha dato vita a un concerto che non si limitava solo a suonare le sue canzoni ma a farne vivere la verità più cruda e, al contempo, la sua bellezza più profonda. Il cantautore Texano ha portato sul palco le atmosfere di The Tomorrow Man, il suo ultimo album, un lavoro intriso di malinconia ma anche di  speranza, prodotto dal maestro Alessandro “Asso” Stefana, storico chitarrista di Vinicio Capossela. La formazione live è un power trio: oltre a Micah alla chitarra e alla voce, Asso Stefana si è destreggiato tra tastiere, banjo e lap steel e Paolo Mongardi alla batteria, la cui percussione, pur nella sua discrezione, ha sorretto ogni momento del concerto. La scelta di una formazione ridotta ha permesso di accentuare l’elemento più intimo e personale della musica di Hinson, facendo emergere ogni singolo dettaglio, ogni piccolo cambio di tono o di intensità.

Il concerto si è aperto con il singolo SleepyHead a cui è subito seguita  One Day I Will Get My Revenge, un pezzo che esprime l’essenza del nuovo album: una riflessione sul destino e le sue disillusioni. La chitarra di Micah era subito protagonista, con un suono limpido e un timbro che sembrava raccontare storie non dette. La sua voce, da sempre un’incantevole miscela di graffi e dolcezza, si è fatta sentire subito potente e vibrante, come una confessione sussurrata a chi sa ascoltare.

A seguire, Think of Me ha incantato il pubblico con la sua delicatezza. La combinazione di banjo e lap steel, accompagnata dal tocco soave delle tastiere di Asso, ha creato una culla sonora dove la voce di Hinson è riuscita ad esprimere tutta la sua vulnerabilità. Ogni parola sembrava essere una carezza e al contempo un peso sul cuore. È con Take It Slow che il concerto ha preso una piega più riflessiva. Un brano che mescola dolcezza e tensione, con Micah che, accompagnato da un arpeggio gentile, ci conduce in un viaggio dove la calma sembra prevalere su tutto. Ma non è un’illusione: c’è sempre qualcosa di più profondo dietro ogni accordo, un’ombra che si cela dietro la luce. La scelta di The Last Train to Texas, un pezzo dall’incedere più deciso, ha fatto crescere l’intensità emotiva, con le tastiere di Asso Stefana che si sono fatte più percussive e il ritmo della batteria di Mongardi che ha guadagnato forza. L’aria si è fatta densa di emozioni contrastanti, come solo le migliori ballate del folklore americano sanno fare.

 

A seguire, la serata è proseguita con There’s Only One Name e Mothers & Daughters, dove la scrittura di Micah ha avuto modo di esplorare temi universali come la solitudine, la maternità e l’ineluttabilità del tempo. Il trio ha saputo mescolare momenti di grande intensità emotiva a passaggi più sommessi, lasciando spazio a quella malinconia che da sempre caratterizza la musica di Hinson. Un altro punto alto del concerto è stato il brano I Don’t Know God, eseguito solo con la chitarra di Micah e la sua voce. In quel momento, l’atmosfera si è fatta incredibilmente silenziosa, il pubblico sembrava trattenere il respiro, mentre Micah cantava con una sincerità che penetrava l’anima. La sua domanda, “Non conosco Dio”, si è fatta eco nella sala, lasciando una scia di riflessione. La serata ha proseguito con una sequenza di brani dall’album The Tomorrow Man e da dischi precedenti, che hanno mescolato momenti di struggente bellezza, come Take Off That Dress for Me e When We Embraced, con altri più riflessivi e quasi drammatici, come Beneath the Rose e What Does It Matter Now?. Ogni canzone era come una nuova tessera di un mosaico che raccontava la sua visione del mondo: un mondo fatto di sfumature, dove il dolore e la bellezza vanno di pari passo.

 

Il concerto si è concluso con l’encore più atteso, e ancora una volta Micah ha scelto di tornare alla sua intimità, eseguendo Oh Sleepyhead da solo, chitarra e voce, in un ultimo omaggio alla sua bambina. Le sue parole hanno risuonato come un canto delicato, ma anche come un addio a un’epoca della sua vita, in una serata che ha saputo toccare corde emotive profonde. Infine, il brano finale, 500 Miles, un classico che Hinson ha eseguito con tutta l’intensità che gli è propria, ha chiuso il concerto con una nota di speranza, lasciando il pubblico con la sensazione che, nonostante tutto, la vita è un viaggio che vale sempre la pena percorrere, anche quando sembra lontana.

 

Il live di Micah P. Hinson alla Santeria di Milano è stato un’esperienza intensa, intima e assolutamente coinvolgente. La sua musica, ricca di strati emotivi e sonori, ha trovato terreno fertile nel cuore degli ascoltatori, che sono stati accompagnati per un paio d’ore in un mondo fatto di sogni, paure e speranze. Con la sua band, Micah ha saputo raccontare la propria verità musicale in un modo che ha saputo emozionare, far riflettere e, alla fine, lasciare una sensazione di pace e di leggera malinconia. Un concerto che è stato un piccolo grande viaggio, dove ogni nota ha avuto il potere di toccare l’anima.