Martæ è una giovane cantautrice e chitarrista di 19 anni. Il 14 giugno 2019 si è affacciata per la prima volta sul panorama musicale italiano con un Ep raffinato ed elegante intitolato “L’Ultima Volta” (You Can’t Records), prodotto e registrato da Davide Lasala e Andrea Fognini. La musica di Martæ riflette le sonorità della scena italiana indie/pop, come anche il suo background di musica classica. Marta Boraso (questo il vero nome dell’artista) ha infatti iniziato a studiare chitarra fin da bambina partecipando a innumerevoli concorsi nazionali e internazionali. Attualmente frequenta il Conservatorio “Benedetto Marcello” e dal 2017 porta in giro il suo progetto di cantautorato. Prima di mostrarvi in anteprima il video di Amelia, il suo primo singolo, abbiamo fatto qualche domanda all’artista per conoscerla meglio.

 

 

Intervista a cura di Paolo

 

Ciao Marta, il tuo Ep d’esordio è composto da cinque tracce tutte cantate in italiano. Perché hai scelto di cantare nella nostra lingua? È una scelta di cuore o pensi che sia semplicemente la lingua più “vendibile” in questo momento?

Partendo dal presupposto che cerco sempre di rimanere il più possibile fedele a me stessa evitando di fare una cosa solo perché è vendibile, no, è una scelta di cuore. Credo sia nata proprio come una cosa naturale: è la mia lingua, la lingua con la quale mi esprimo e con la quale penso, quindi automaticamente mi è venuto spontaneo anche scrivere in italiano. Credo abbia tanto da offrire, è estremamente raffinata e al contempo sa essere cruda. Grazie a questo, il contrasto si amplifica e si può spaziare molto. Inoltre ogni termine ha la propria sfumatura, il proprio contesto, ed è bello vedere come le parole riescano a rendere lasciandole nel loro habitat naturale e come invece creino imperfezioni vincenti sdoganandole.

Hai presentato ufficialmente il tuo disco aprendo un concerto di Giorgieness. Com’è andata?

È stato qualcosa di genuino, familiare oserei dire: Giorgia è una persona meravigliosa, che ammiro tanto, ed è stata una vera emozione poter presentare i miei pezzi aprendo un suo concerto davanti a un pubblico così attento. Li ho portati in trio, formato da me alla voce e alla chitarra, Alberto Boschiero alle tastiere e al violoncello Enrica Luzzi. Credo che questa formazione sia riuscita a creare l’atmosfera che volevo: i pezzi più leggeri e lenti come Venere e Il Canto Dei Folli hanno avuto una resa particolarmente coinvolgente, ma anche pezzi più dinamici come Voglio sono stati espressi al meglio. Poi alle fine c’è stato il pezzo da novanta, Non ballerò in acustico, nella quale ho avuto l’onore di cantare con Giorgia.

Quali artiste influenzano la tua musica?

Le artiste che influenzano la mia musica credo in qualche modo siano tutte le donne della scena italiana di adesso, quindi si va da Levante a Maria Antonietta, passando per Angelica, Giorgieness stessa e tante altre.

Come riesci a conciliare i tuoi studi classici al Conservatorio con l’approccio pop della tua produzione?

Tocchi un tasto dolente: per anni è stato molto difficile, non tanto a causa del doppio degli impegni ma da varie restrizioni che l’ambiente classico si porta dietro tutt’ora. Non è stato, come dire, roseo, riuscire, nei miei anni passati di studio, mantenere alta la mia credibilità come musicista moderna facendo musica classica, perché spesso c’è questa convinzione aristocratica e, da un certo punto di vista comprensibile, ma limitante, che tutto quello estraneo al mondo classico si basi solo sull’immagine, sulla presenza scenica e non sulla bravura. “Sì, ma è più facile”, mi sono sentita dire spesso, il che è totalmente sbagliato. Sono semplicemente difficoltà diverse, che non sono comprensibili fino al momento in cui ci si ritrova all’interno. Il tecnicismo virtuoso della classica è diverso sicuramente dalla capacità di entrare in un mercato musicale cercando sempre di seguire le tendenze del momento senza tradirsi, ma non sono paragonabili. Non possono essere messi in scala di “difficoltà” semplicemente perché diversi. È come dire: è più difficile cucinare o fare una corsa? I metri di paragone non sono gli stessi, quindi ci può essere solo un giudizio relativo. Con il tempo però sta andando meglio, sia grazie a un’apertura mentale, sia perché crescendo ho più consapevolezza di quello che sto facendo e credo in ciò. Per ora faccio avanti e indietro al Conservatorio e nelle ore di treno scrivo i pezzi.

Sei giovanissima, dove ti vedi fra 10 anni?

Dieci anni sono un po’ tanti (ride). Personalmente mi fa un po’ paura catapultarmi nella “me” trentenne. Sicuramente punto in alto e spero di poter vivere della mia musica, di portarla a più persone possibili (lo so, è un progetto un po’ ambizios,o ma dai, sono giovane, c’è ancora spazio per i sogni). Per il resto mi vedo in un appartamentino al terzo piano, con una chitarra in mano e tanti tanti gatti.

 

Ecco il video di Amelia: