Premessa

Intendiamoci subito, i Superorganism non hanno inventato nulla di nuovo. Il loro sound plasticoso e variopinto è il revival al quadrato di quanto già riproposto nei primi anni 2000 da band che nel tempo hanno avuto più o meno fortuna. A mescolare il pop inglese con l’hip hop e l’elettronica ci avevano già pensato i Gorillaz dei primi due dischi. Gli Mgmt di “Oracular Spectacular” avevano aggiunto lo stessa spruzzata anni ’80. Gli Architecture in Helsinki e gli Hot Chip, per finire, si erano spinti un po’ più in là sperimentando con i campionatori non più tardi di dieci o quindici anni fa.

Lo stesso potremmo dire delle scelte di immagine. Gattini, unicorni, arcobaleni e continui riferimenti al retrogaming da consolle a 8 bit sono elementi di cui l’universo indie-pop abusa costantemente da almeno un decennio. Basti pensare ai meno noti The Go!Team, che fin dal 2000-2001 hanno anticipato i Superorganism non solo nell’impalcatura scenica e nei suoni, ma anche nella natura multietnica della stessa band.

I Superorganism sparano

Ma se pensate che queste mediocri considerazioni siano la premessa di una pesante stroncatura, beh, vi sbagliate di grosso. Il concerto dei Superorganism al Circolo Magnolia ha segnato infatti il definitivo riscatto di un collettivo di artisti (perché di questo si tratta) che sta ancora cercando di scollarsi di dosso l’etichetta di fenomeno smaccatamente mediatico, molto social e di poca sostanza.

Che gli otto giovanissimi musicisti siano parecchio attenti alle apparenze è fuori di dubbio. Dopotutto lo cantano loro stessi in uno dei brani di maggiore successo: Everybody Wants To Be Famous. È altrettanto vero, però, che ascoltare le loro canzoni dal vivo aiuta molto a schiarirsi le idee sull’effettiva qualità della loro musica. Ci si rende conto, cioè, di quanto potente possa essere il messaggio quando il veicolo riesce a mantenere intatte le proprie caratteristiche nella dimensione live.

In estrema e volgarissima sintesi, i Superorganism sparano a vista con un’arma potentissima: la scrittura. Questi ragazzi sanno scrivere canzoni che rapiscono l’ascoltatore. Sanno imbavagliarlo con la melodia e trascinarlo in uno scantinato a metà strada tra il modo reale e il Mashroom Kingdom di Super Mario Bros.

Non è questione di essere ruffiani, ma di talento. Scrivono canzoni che sono belle per davvero, punto e basta. E non lo sono soltanto quando le ascolti sotto l’ombrellone o in coda all’Esselunga. Lo sono anche e soprattutto quando vengono suonate su un palco. Qui dove tutto ciò che è posticcio fa presto a sgretolarsi; qui dove gli effetti speciali non bastano mai a salvarti la faccia se ti nascondi dietro un inutile baraccone; qui, alla prova definitiva del live, i Superorganism hanno costretto all’applauso più o meno tutti.

Sia chiaro, per tutti si intende un pubblico molto variegato. Nella calca del Magnolia si sono mescolate razze diverse di ascoltatori: dalla ragazzina che li ha scoperti alla radio, a chi non è mai uscito vivo dagli anni ’80. Giovani adepti, insospettabili indie-rockers, nostalgici di un hipsterismo ormai perduto e anche qualche criticone dell’ultima ora. Un meraviglioso meticciato audiofilo che è raro trovare a un concerto pop.

Sono giochi preziosi

Come da copione, in molti hanno continuato a domandarsi quanti anni avesse la cantante Orono Noguchi. Ebbene, ne ha compiuti 18 quest’anno. Un anno che, a onor del vero, è bastato a trasformarla da timida ragazzina in balia del successo (l’avevamo già vista all’opera con un bottiglione di birra in mano al Siren’s Call Festival di Lussemburgo), a leader sui generis in grado di dominare il palcoscenico.

Accompagnata dalle batterie di Tucan e dal suono sgangherato della chitarra di Christopher Young (entrambi facevano parte degli Eversons, lo zoccolo duro dei Superorganism), la giovane Orono ha intonato praticamente tutti i brani del loro unico disco uscito lo scorso inverno per la Domino Recordings.

Qualcuno potrebbe obiettare che il concerto è durato troppo poco, e forse avrebbe anche ragione. Ma chi ha detto che i concerti belli devono durare a lungo? Grazie alle coreografie messe in piedi dai tre coristi e ai visual in stile Nintendo proiettati alle loro spalle, il live è stato breve ma intenso perché non ha fatto per nulla fatica a decollare.

È bastato il primo pezzo (SPROGNSM) a riscaldare il pubblico irrigidito dai primi freddi. Canzoni come It’s All Good, Night Time e la conclusiva Something for your M.I.N.D. hanno trasformato il concerto in una festa. Un piccolo ma divertentissimo party trascorso a far finta di essere grandi con il tamagotchi in tasca. Se il risultato è questo, speriamo che i Superorganism non crescano troppo in fretta.

Paolo Ferrari