SPZ è la nuova firma di casa Undamento. Un ragazzo di Roma, a metà strada tra le influenze nordamericane, dove lo-fi ed estetica retrò-vintage-hipster sono lo sfondo di grandi fenomeni musicali che vanno da Mac DeMarco a Connan Mockasin, e l’ormai bulimica scena romana, quella che abbiamo imparato ad amare e apprezzare, fino a condividere Che cosa mi manchi a fare abbracciati ai nostri amici, per poi vergognarcene immensamente.

Una solitudine straziante, quella della title-track Quattro, il numero delle quattro mura e dei quattro pensieri che ci perseguitano, l’imporsi di uscire di casa, di smetterla di restare in loop con quei tormenti. Continua il tappeto di synth e gli echi melodici in Nubi e le mancanze estreme, a cui seguono i Dovrei di chi si sente dire che dovrebbe andare in terapia, sussurri di chi ha troppe voci in testa, come la sensazione che si prova a vedere un club che si svuota lentamente alle quattro di mattina, scambiarsi confidenze con i giri di chitarra. Retaggi del più allucinato Thom Yorke nell’ultimo brano dal titolo, esplicativo, Non mi vuoi più.

Questo disco, bellissimo (ecco, s’è detto e da qui basta sviolinamenti) è firmato da un songwriter timido, le cui parole vanno scorte con attenzione, quasi il testo sia cantato a bassa voce, con la timidezza di chi si è fatto molto male e non si vuole ancora esporre. Piacerebbe anche a chi non ascolta musica italiana, ma sa apprezzare, oltre ai sopracitati, anche James Blake, Zola Blood e Jamie XX. Scelta strana nel roster di Undamento, tra i pochi che azzardano senza sbagliare. Se non ascoltate musica italiana, se siete alla ricerca di catarsi multiple.

Morgana Grancia