Milano, 30 Marzo 2017

Ok, partiamo da due concetti:
Assunto n.1 – Almeno un terzo del pubblico in sala al Fabrique questa sera conosce Rag’n’Bone Man solo per il suo singolo “Human”, passato a ripetizione in radio e alla pubblicità (dico un terzo perché comunque ho grande fiducia nell’umanità).
Assunto n.2 – Se nonostante quanto detto in precedenza riesci a far muovere il culo a tutti i presenti, per me hai vinto tu.

Parte in sordina il concerto di Rag’n’Bone Man, nato Rory Graham nel 1985 in terra britannica. Eppure potrebbe tranquillamente passare per un ragazzone del sud degli Stati Uniti. L’anima soul e quella bonomia di fondo tipica del Southern Usa. Quell’educazione timida che lo porterà per tutta l’esibizione a sentire la necessità di fare del piccolo storytelling prima di ogni canzone per spiegare di chi (o di cosa) parla e di come la canzone lo faccia sentire.

Si presenta al pubblico da solo, armato di chitarra, su un palco in cui si vede solo l’asta del microfono e un telo su cui capeggia il suo nome. Comincia a cantare e si capisce che già quello sarebbe sufficiente. La sua è una voce profonda, blues, piena di sentimento, e il pubblico ne è rapito. Finisce il primo pezzo e saluta con un sorriso tanto timido quanto contagioso. La faccia del ragazzone che ti aspetteresti di trovare nel coro gospel di una chiesa nel Tennessee. Attacca col secondo brano e alla sua voce si fonde quella della corista, svelata con il resto della band solo quando parte l’attacco della batteria e cade il telo con un’esplosione di suoni e luci.

Il concerto continua con Rag’n’Bone Man che spazia su tutti i generi di derivati dalla musica black. Blues, soul, funky e accenni rap all’interno delle canzoni. Qualcuno rimane stupito da questo aspetto non conscio del fatto che Rory in precedenza avesse fatto anche da MC per un collettivo drum’n’bass. È davvero poliedrico il talento di questo cantante. Dalle serrate rime rap all’imposizione delle mani sui falsetti gospel, che lo fanno davvero sembrare parte di un coro, qui soprattutto per merito della voce della corista che offre un tappeto musicale perfetto.

Si arriva finalmente al tanto atteso singolone “Human”, cantato in un tripudio di smartphone alzati al cielo, vuoi per il video d’ordinanza o per il messaggio vocale da mandare a quella tipa che tanto ti piace ma no, non è lì con te stasera. Rag’n’Bone Man si ritira nel backstage per un attimo poi rientra. Un ultimo brano (“Hell Yeah!”, valido tanto come titolo quanto come affermazione), prima di congedare la band.

Palco vuoto, una sola luce a isolarlo dal buio e la sua voce, la sua sola voce canta un ultimo bellissimo brano. Pelle d’oca. Di nuovo sul suo volto appare quel bonario sorriso, ringrazia e saluta la sala ammutolita per l’emozione.

Simone Casarola