Milano, 27 ottobre 2017

Lo ricordo ancora molto bene. Quel giorno ci alzammo prestissimo, un pulmino grigio venne a prenderci a casa all’alba. Direzione Malpensa, area partenze. L’aereo era puntuale, attraversai il terminal con lo zainetto in spalla. Un po’ di agitazione, l’emozione di un esordiente. A un quarto d’ora dalla partenza una hostess intuì che quello sarebbe stato il mio primo volo. Un battesimo, insomma. Così mi portarono nella cabina di comando e i piloti mi mostrarono l’abitacolo. Pochi minuti, giusto il tempo di fare felice un bambino. Poi tornai al mio posto. Ma il mio stupore fu tale che ancora oggi ricordo di essermi seduto e di aver chiuso gli occhi pensando di essere io, quel giorno, a guidare l’aereo.

Da allora è passato tanto tempo. Di lì a pochi anni avrei ascoltato per la prima volta un disco dei Mogwai. Quella musica mi dava le stesse sensazioni del mio primo volo. Batticuore, vertigini, ma anche un senso di controllo di cui prima non ero mai stato consapevole. E se l’ascolto su disco è sempre un magnifico sogno, l’esperienza del live assume i connotati dell’esperienza. Così è stato anche venerdì 27 ottobre al Fabrique di Milano.

Decollo

Entro a concerto già iniziato. Come quando in aeroporto riecheggia l’ultima chiamata per l’imbarco. Qui però l’avviso suona decisamente più allettante di un preallarme. É l’invito a un viaggio nell’iperspazio. Il tempo di riempire il serbatoio di birra e innesco i motori su Mogwai Fear Satan. Un decollo perfetto, quindici minuti di ascesa tra le nubi nere di un temporale. La manetta del distorsore tirata, lo scatto improvviso verso l’alto a schivare le intemperie dello spirito. Poi l’apparecchio si assesta, dall’altoparlante si sente la voce del comandante Stuart Braithwaite che rassicura i passeggeri. Party in the Dark, il primo di una serie di brani tratti dall’ultimo “Every Country’s Sun”, è una scudisciata in testa che sa tanto di Travelgum. Si può volare senza voltastomaco.

Accelerata

Stuart ci prende gusto e continua a cantare sulle note di Cody, dall’intramontabile “Come on Die Young” (1999). Dai finestrini le luci della città brillano in lontananza (When I drive alone at night, I see the streetlights as fairgrounds). Io torno bambino, mi vedo di nuovo lì, accanto al capitano nella cabina di controllo. Guardo l’indicatore dei giri del motore e aumento la potenza. É il momento di Ithica 27ø9, perla assoluta riproposta per i vent’anni di carriera del combo scozzese. Quando provo a riaprire gli occhi vedo una massa di passeggeri immobili, con le cinture agganciate. Per un attimo mi sembra di essere sul Galaxy Express, il treno spaziale di quel cartone giapponese che davano nel paleolitico su Odeon Tv.

In quota

Nella parte centrale del viaggio la velocità è tutt’altro che blanda. Gli alfieri del post-rock, orfani del batterista Martin Bulloch, si mantengono in quota con altre due tracce dal disco più recente, Battered and Scramble e Crossing the Road Material, capolavoro in cui la chitarra di Braithwaite raggiunge vette di libidine altissime. Il rapporto fra la velocità reale e quella del suono tocca lo zero assoluto. Mi sento lanciato a bomba, come la locomotiva di Guccini. Ma anziché sbattere contro l’ingiustizia, pare di varcare una piccola porta che si affaccia oltre l’atmosfera terrestre. La musica dei Mogwai sembra accompagnare lo sguardo verso il futuro. Che ci faccio qui? Poi la paura del vuoto viene meno. Le note di New Paths to Helicon, pt.1 sono indecifrabili, straziate dal big muff, ma rassicuranti. Una navicella foderata di space-rock con inserti shoegaze.

Approdo

La fase di atterraggio è lunga e tortuosa. Si passa di nuovo in mezzo alla tempesta, questa volta con Rano Pano. Si galleggia in aria per una decina di minuti con Two rights make 1 wrong, finché la scarica elettronica di Remurderd rischia di piegare le ali. I nostri condottieri si alternano alla regia con facilità disarmante. Su Old Poisons viene quasi voglia di azionare il seggiolino eiettabile e perdersi in cielo. Ma il viaggio è giunto al termine, purtroppo. La band molla il timone per qualche minuto e scompare dietro le quinte. Quando rientra, il sole all’orizzonte è tornato a splendere senza indugi. Every Contry’s Sun spiana la strada illuminando la pista. Fuori il carrello, è il momento di rimettere i piedi a terra. Se non fosse per il finale, affidato a una maestosa e inattesa We’re No Here, sapremmo anche dove. La magia dei Mogwai è invece quella di abbandonarti in un luogo che hai sempre vissuto, ma che stenti a riconoscere. Sei lì, ma non ti sembra di esserci. Perché dopo aver visto la cabina di pilotaggio, puoi viaggiare sereno e atterrare rigenerato. Perché la paura di volare viene meno e puoi finalmente goderti l’emozione di restare sospeso.

Paolo Ferrari

 

 

SCALETTA: Mogwai fear satan (Young Team) – Party in the dark (Every Country’s Sun) – Cody (Come On Die Young) – Ithica 27ø9 (Ten Rapid) – Battered and Scramble (Every Country’s Sun) – Crossing the Road Material (Every Country’s Sun) – New Paths ti Helicon Pt.1 (Ten Rapid) – Don’t Believe the Fife (Every Contry’s Sun) – Rano Pano (Hardcore Will Never Die, but You Will) – Two Rights Make 1 Wrong (Rock Action) – Remurdered (Rave Tapes) – Old Poisons (Every Country’s Sun) ENCORE: Every Country’s Sun – We’re No Here (Mr.Beast)