Milano, 5 dicembre 2017

Quello che colpisce è il buio. Il vialetto che porta all’ingresso del Magnolia, la boscaglia tutto intorno, la sala concerti. In questo gelido martedì di dicembre, l’idroscalo sembra piombato in un’enorme bolla nera. Qualcuno potrebbe anche spaventarsi. Ma se stasera sei arrivato fin qui, puoi bene immaginare da quale fonte scaturisca tutta questa pece.

Mentre mi dispongo alla destra del palco, cerco su Google una fotografia di Southend-on-Sea, la città d’origine degli Horrors, nell’Essex. La prima a comparire è un’immagine da cartolina di un tramonto sul mare. Sembra un posto tranquillo, ma non lo è. La spiaggia è in ombra, l’acqua uno specchio blu in controluce. Il sole non si vede nemmeno, un giallo pallido sovrasta i tetti dei palazzi. È la traduzione per gli occhi di ciò che la band restituisce alle orecchie.

I cinque inglesi si presentano in silenzio. Raccolgono qualche urletto e attaccano con Hologram, il brano d’apertura del loro ultimo, magistrale disco (qui la nostra recensione). I telefonini dei fan si scontrano con l’impianto luci. È un gioco a chi riesce a indovinare la sagoma di Faris Rotter nella notte. Il palco è avvolto nella nebbia, mentre i fari dall’alto accecano il pubblico con bagliori bianchi e verdi degni del miglior Blade Runner, l’originale. La voce del cantante (maglia nera a rete e capello corvino) sembra filtrata da un Commodore 64.

La scaletta procede con Machine, altro pezzo da novanta del nuovo disco, mentre i suoni si assestano su una resa migliore. Tutto perfetto, anche se il Magnolia resta stretto nella morsa del freddo, con i cappotti ben allacciati nonostante la tensostruttura (parola preferita dell’anno). Alla terza canzone il clima cambia all’improvviso. Sento un vento tiepido sfiorarmi appena appena, come un alito estivo. Sono i capelli della ragazza al mio fianco, che si agita sulle note di Who Can Say.

La sessione ritmica degli Horrors domina incontrastata. Se si parla di revival dark-wave (o new romantic, che dir si voglia), non potrebbe essere altrimenti. L’impressione è che il gruppo sia pienamente calato nella parte. Non una parola (un timido grazie, forse) separa In And Out of Sight da Mirror’s Image, con quell’approccio a metà strada fra il punk e la fredda esecuzione di una band di professionisti. Ci si sente, a tratti, come nella copertina dell’omonimo disco dei Visage. Maschere bianche, volti inespressivi, abiti scuri. La posa plastica di due ballerini che sprofondano nell’oscurità accompagnati da un’orchestra in penombra.

Certo, Faris Rotter non è il compianto Steve Strange, ma a differenza di quest’ultimo vanta un retroterra garage che dona alla sua musica un non so che di spaventoso e insieme ammaliante. È il caso di Weighed Down, Press enter To Exit e soprattutto Still Life, il singolone tratto da “Skying” (2011) con cui chiudono il concerto prima dell’encore. Quando si ripresenta sul palco, la band inglese lascia esplodere i due colpi migliori della serata: Ghost, marcetta elettro-funebre che si trasforma in una scudisciata di distorsioni, e il techno-pop di Something To Remember Me By, il vero futuro del gruppo.

Nulla dal primo disco. È un peccato, ma questo lo sapevamo già. Il sorriso finale lanciato sul pubblico stona con le atmosfere cupe di cui la band ci ha pervaso per un’ora e mezza scarsa. Poi viene il momento di firmare autografi e scattare selfie. Faris arriva al banchetto con un pellicciotto nero. Lo immagino conciato in quel modo sulla spiaggia di Southend-on-sea. Si è spento il sole e chi l’ha spento sei tu.

Paolo Ferrari