Che tu sia fuori e vorresti esser dentro o che sia dentro e vorresti stare all’aperto, The Roost ti prende per mano e ti porta in una stanza. Quella in cui da bambini ci si sentiva immortali con due lego rovesciati su un puzzle di tappeti in gomma e una succo di frutta alla pera tra le mani. Una stanzetta in cui nulla poteva far male, protetti dall’amore e dall’incoscienza dell’avere pochi anni. 

Ricoprite questa immagine di nostalgia e velata tristezza ed ecco che vien fuori la sensazione che sprigiona il disco degli italiani Good Moaning. Un disco che è un flusso di coscienza. Uno di quei dischi in cui è doveroso immergersi con occhi chiusi assumendosi il rischio di finire con l’essere traghettati senza una meta tra i sogni più delicati e gli incubi più neri.

Un sound che è un lettino dell’analista e una voce che rassicura nascondendo male inquietudini e paure. “The Roost” ha l’aria di essere un disco di cui prendersi cura, perché figlio di qualcosa che esplode dentro senza far rumore e viene al mondo con il timore di essere troppo fragile per essere accolto dalla frenesia. Degne di nota Suitcase e Cornwall, che sembrano avere il compito di rappresentare la coperta di Linus in un viaggio irreale, ma necessario per ritrovarsi. Un disco che sfiora ma non tocca i pieni i voti solo per incoraggiamento a ricercare quello scatto originale che manca e che non faccia più svegliare.

Renato Murri