Brian Fallon è un eroe americano. Basti vedere la copertina di “Local Honey”: una foto in bianconero di un ragazzo e una ragazza abbracciati, seduti all’aperto, sopra un’auto. Cresciuto con la leggenda di Bruce Springsteen, in quindici anni di carriera il quarantenne del New Jersey si è completamente trasformato nel suo mito.

Dopo un inizio punk in compagnia dei Gaslight Anthem, con i quali ha dato alla luce cinque album fra il 2007 e il 2014, fra cui il capolavoro del genere “The ‘59 Sound”, Fallon ha infatti proseguito con una carriera solista giunta ormai al terzo disco, nella quale diventa chiarissimo il già chiaro e più volte sbandierato amore per il Boss.

Se in “Painkillers” e in “Sleepwalkers”, rispettivamente del 2016 e del 2018, Brian non aveva completamente rinunciato all’energia degli esordi, in questa sua ultima fatica bisogna invece dire che l’ormai ex ragazzo ha dismesso una volta per tutte le vesti del ribelle a favore di quelle più romantiche del cantautore folk dalla voce profonda, il cuore tenero e la faccia da duro.

Questo “Local Honey” è una raccolta di otto ballad semi acustiche, molto più vicine a lavori quali “Devils & Dust” o l’ultimo “Western Stars”, piuttosto che a capisaldi del rock statunitense come “Born to Run” o “The River” (sempre del Boss ovviamente si parla). Il risultato è piacevole e rassicurante, le canzoni ci sono e sono belle.

Certo, per chi ha amato la foga epica di Great Expectations, Old White Lincoln o anche il più recente Stay Vicious, sarà difficile rassegnarsi ai morbidi arpeggi di You Have Stolen My Heart, 21 Days o When You’re Ready (per citare solo i singoli estratti, ma il discorso vale per ogni traccia dell’album). Chi l’ha sempre amato l’amerà probabilmente ancora, chi è invasato con Springsteen troverà in lui il suo più degno predecessore, chi invece dovesse sentirsi orfano di suoni punk, cerchi pure altrove.

Andrea Manenti

 

Post correlati