The Veils are back. The Veils are black. Più cupi, posseduti ed elettronici che mai, nel loro quinto album Total Depravity. La voce deformata di Finn Andrews, frontman della band e figlio d’arte, scorre nei cavi elettrici di chitarre, tastiere e bassi, nelle bacchette crudeli della batteria, e si scarica nelle 12 tracce del disco. Anche nei momenti di lieve e illusorio calo di tensione, come in Swimming With The Crocodiles o nella dark ballad In The Nightfall, il clima è demoníaco e sudato, brucianti e violente le parole e gli accordi. I neozelandesi così affermano vigorosamente la loro presenza nei gironi infernali della musica rock di matrice anglosassone. La loro inquietante inquietudine elevata a elettronico stile creativo (emblematica qui Here Come The Dead) è stata apprezzata anche da mostri sacri del cinema come il regista David Lynch, che ha contribuito al disco, segnando in modo definitiva i contorni dark e psichedelico-onirici del gruppo. Una cavalcata su neri destrieri, un vagabondare tra carbone e vapori sulfurei: dal western oscuro di A Bit On The Side a In The Blood e Iodine&Iron, l’immagine di un cappello calato sugli occhi in una tundra solitaria e inquietante riappare continuamente tra i vari brani calcando le orme, ora ben definite, del progetto sonoro di Andrews (coretto in stile Spice Girls di Do Your Bones Glow At Night a parte).
Un disco che dalle tenebre è plasmato, ma che non ci si lascia sprofondare troppo, afferrando altre rocce musicali per mantenersi vivo e diverso. Una depravazione totale, ma non totalizzante.
Giulia Zanichelli

Mi racconto in una frase
Famelica divoratrice di musica e patatine (forse più di patatine), diversamente social e affetta dalla sindrome di “ansia da perdita” (di treno, chiavi di casa, memoria
e affini).
I miei 3 locali preferiti per ascoltare musica
Auditorium Parco della Musica (Roma), Locomotiv Club (Bologna), Circolo Ohibò (Milano).
Il primo disco che ho comprato
“Squérez?” dei Lunapop, a 10 anni. O forse era una cassetta.
Comunque, li ho entrambi.
Il primo disco che avrei voluto comprare
“Rubber Soul” dei Beatles.
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso
Porto avanti con determinazione la lotta per la sopravvivenza della varietà linguistica legata alla pasta fresca
emiliana: NON si chiama tutto “ravioli”, fyi.
