Nonostante il titolo omonimo, chiunque abbia già ascoltato i Mars Volta sa che questo nuovo lavoro non può fare da compendio alla carriera della band. Ci fosse invece qualcuno che ancora non conoscesse la creatura nata dalle menti della coppia formata da Omar Rodríguez-López e Cedric Bixler-Zavala, qui potrebbe trovare un punto di partenza all’ascolto di semplice e notevole impatto.

“The Mars Volta” è infatti un’opera facilmente digeribile grazie all’estrema attenzione alle melodie pop, nonché alla breve durata dei singoli brani (solo due su quattordici superano i quattro minuti). Dimenticate quindi le vertiginose suite progressive dell’esordio “De-Loused in the Comatorium” e le strepitose ballad dal sapore led zeppeliniano (una su tutte il capolavoro The Widow). Dimenticate anche la primigenia creatura post-hardcore At the Drive-In, resuscitata durante i dieci anni di iato e capace di fare fuoco e fiamme anche in modalità reunion.

Il nuovo, settimo lavoro in studio, della formazione di El Paso dimostra tutta la maturità raggiunta dai musicisti in questione attraverso un viaggio che coglie anime e sfaccettature drasticamente diverse. Basti la tripletta d’introduzione: Blacklight Shine è un omaggio alle origini latine del duo e suona un po’ come un Santana contemporaneo ma ancorato stabilmente alle vette di un “Abraxas” (ancora più estremo sarà più avanti il tributo ai messicani Café Tacuba di Que Dios Te Maldiga Mi Corazon); Graveyard Love apre a influenze elettroniche mai eccessive (frutto forse dell’amicizia tra Rodríguez-López e John Frusciante?); Shore Story si avvicina a soluzioni dal sapore quasi r&b.

Il rock non manca, come ad esempio nell’energica e convincente No Case Gain, ma sicuramente qui c’è molto di più. I Mars Volta sono tornati, forse diversi da come ci si poteva aspettare, ma ancora con tanto tanto da dire.

Andrea Manenti