La copertina di questo secondo album della cantautrice australiana Tash Sultana è malauguratamente premonitrice. Cobra, cascate, cristalli, piramidi e simboli di antiche religioni richiamano infatti un’atmosfera dichiaratamente new wave della quale questo “Terra Firma” è sicuramente intriso.

Superato però lo shock di un mood che un po’ troppo spesso richiama Enya, è comunque vero che un ascolto attento di questo lavoro (se non più ascolti) ci mettono di fronte a una grande capacità di scrittura pop, nonché ad alcuni buonissimi brani, questi ultimi riscontrabili soprattutto quando Tash Sultana si allontana in modo più marcato dallo stile un po’ freakettone che l’ha resa famosa.

Dopo l’intro strumentale di Musk, vengono sparate una dopo l’altra ben quattro ballad un po’ troppo simili a se stesse, fra giri armonici chitarristici, melodie rilassanti e una vena pop-rock-funky alla Red Hot Chili Peppers e Incubus (quelli delle ballate anni Novanta per intenderci): Crop Circles, Greed, Beyond the Pine e Pretty Lady.

Fortunatamente da qui in poi si inizia a percorrere anche altre strade. Ben vengano quindi il dolce duetto con il conterraneo Josh Cashman in Dream My Life Away, la ballata per pianoforte in stile Alicia Keys Maybe You’ve Changed, il country desertico Coma, le psichedeliche Blame It On Society e Sweet & Dandy, il quasi reggae Willow Tree, in compagnia di Jerome Farah, la black music da alta classifica di Vanilla Honey. Emozionante la doppietta acustica finale Let the Light In e I Am Free (quest’ultima soprattutto).

Un album forse un po’ troppo lungo e che dà il meglio quando l’appena venticinquenne tenta nuove soluzioni. Quanta voglia, comunque, di vederla al Circolo Magnolia di Milano questo settembre alle prese con loop station, pedali vari e con i “vecchi” inni Jungle e Notion… Speriamo bene!

Andrea Manenti

 

 

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