“Spotlight” è un altro film trionfatore degli ultimi Oscar. Come per altri premiati di questa edizione avevo atteso qualcosa in più di una ricostruzione più o meno fedele dell’indagine giornalistica su 70 preti pedofili. Una sceneggiatura buona, impeccabile, ma dov’è l’anima? Personaggi stereotipati in crisi spirituale, in cui la delusione per la corruzione ecclesiastica ha un retrogusto moralistico. Gli attori sono bravi, Keaton e Ruffalo su tutti, ma poco approfonditi, piattissimi, privi di ogni impronta psicologica, se non quella degli investigatori del Boston Globe, sconvolti da quanto stanno scoprendo. Rachel McAdams ricalca il personaggio di True Detective, scegliendo ancora una volta una donna anti-glamour e abbandonando definitivamente lo shampoo. Tutto ha il sapore di un solido documentario, della cronaca, senza la magia del cinema.

“Spotlight” è audace nel tema, importantissimo e provocatorio, ma pavido nella costruzione, forse per umiltà o perché si ispira al vecchio cinema di inchiesta degli anni ’70, ma in ogni scena rimpiangiamo “Tutti gli uomini del Presidente” o “I tre giorni del Condor” e la loro potenza cinematografica e narrativa. Ciò che resterà di “Spotlight” sarà poco, se non la storia (giustamente premiata dall’Academy nella sceneggiatura), forse un po’ di maggiore consapevolezza in chi ancora vuole tenere gli occhi chiusi su certi atroci argomenti che riguardano la chiesa, ma nulla di più (non a caso aveva debuttato alla Mostra del cinema di Venezia 2015, fuori concorso, e ben pochi se lo ricordavano). Per chi volesse comunque approfondire l’argomento consiglio il bel documentario del 2012 “Mea Maxima Culpa: Silenzio nella casa di Dio”, di Alex Gibney.

Il Demente Colombo