Il celebre musicista Leonard Cohen, secondo quanto riportato sul suo sito web, si è spento giovedì. Aveva 82 anni.

“Vengo etichettato come l’intellettuale della canzone d’autore”, aveva dichiarato all’inizio degli anni ’80. “Ma in realtà ho sempre cercato di  sfornare delle hit”. Nonostante non ci sia mai riuscito,  il cantante, poeta e cantautore ha esercitato un enorme influenza in quanto  personaggio illustre della musica pop, capace di produrre materiale colto ed evocativo, amato e spesso riproposto da altri musicisti. In molti casi le cover delle sue canzoni sono diventate anche delle hit – “Suzanne” e “Bird on a Wire” di Judy Collins, per esempio, o “Hallelujah” del defunto Jeff Buckley – e la stima di altri artisti nei confronti di Cohen è stata testimoniata attraverso svariati tribute album di grande rilievo.

Il marchio multigenerazionale di Cohen è rintracciabile anche nei titoli di alcuni brani di band come Nirvana (“Pennyroyal Tea”), Better Than Ezra (“Under You”) e Mercury Rev (“A Drop In Time”).

Quando nel 2008 è stato introdotto nella Rock and Roll Hall of Fame, Lou Reed ha detto che Cohen rientrava nel “più alto ed influente rango di cantautori”. Matt Johnson dei The The ha rivelato che quando ascolta le sue canzoni si sente “in contatto con la sua anima, nuda e spoglia”. La Collins, invece, ha detto che i pezzi di Cohen “sono profondi e pieni delle esperienze umane, ma allo stesso tempo aperti all’interpretazione ,un binomio che ogni artista vorrebbe ottenere”. E Sharon Robinson, corista di Cohen, che ha registrato molte delle sue canzoni e  che ha scritto insieme a lui il suo album del 2001 “The New Songs”, ha spiegato che “la bellezza nelle canzoni di Leonard Cohen risiede nella sua capacità di esprimere sensazioni universali. Centinai di artisti potrebbero cantare un suo stesso pezzo, ma risulterebbero tutti diversi tra loro”.

Originario del Quebec, Cohen era nato in una famiglia medio-borghese dalle profonde radici ebraiche. Il suo nonno materno era uno studioso del Talmud, mentre il suo nonno paterno  fondò il Canadian Jewish Congress. Suo padre, Nathan Cohen, che vendeva indumenti, morì quando Leonard aveva nove anni. Cohen cominciò a studiare musica e poesia fin da giovane. Suonava il clarinetto, ma crescendo si dedicò per lo più alla scrittura  e così si iscrisse la McGill University. Nel 1966 pubblicò il suo primo libro di poesie, “Let Us Compare Mythologies” e il suo primo romanzo, “Beautiful Losers”.

Fu il successo della Collins con “Suzanne” a spingerlo verso la carriera da musicista. La Columbia gli fece firmare un contratto e nel 1967 pubblicò “The Songs of Leonard Cohen”, il primo dei suoi 13 album in studio. I singoli non entrarono in classifica negli U.S.A – il suo cantato semiparlato non era certo da pop mainstream – e le masse hanno cominciato a capirlo solo nel 2012 con “Old Ideas”, che si posizionò alla numero 3 nella Billboard 200, e nel 2014 con “Popular Problems”, che debuttò alla numero 15. Ciò non impedì comunque che il materiale venisse celebrato e analizzato, sia che si trattasse di “Chelsea Hotel”, un asciutto resoconto di un pomeriggio trascorso assieme a Janis Joplin, di panegirici di relazioni come “So Long Marianne” o “Dance Me To The End of Love” o di propagande chiaramente politiche come “First We Take Manhattan” o “Democracy”.

“Non ho mai scelto uno stile deliberatamente oscuro”, ha dichiarato una volta Cohen all’ “Entertainment Weekly”. “Non ho mai pensato di scrivere una canzone che avrebbe confuso qualcuno o impedito a quel qualcuno di battere i piedi a tempo”. La capacità scavare all’interno del lato oscuro della psiche è una dote che si è presentata naturalmente. “Mi sento sempre come se mi stessi sgretolando”, ha spiegato Cohen a Rolling Stone. “Mi rendo conto di questa cosa quando scrivo canzoni, quando arrivo in quel luogo in cui non posso essere disonesto con me stesso.”

Cohen, a metà degli anni ’70, diventò un buddista praticante e tra il 1994 e il 1999 si ritirò nel monastero di Mount Baldy in California, facendo da assistente personale al suo maestro Kyozan Joshu Sasaki – un esperienza che ha dato vita alla sua raccolta di poesie del 2006 intitolata “Book of Longing”, che ha poi ispirato un ciclo di canzoni di Philip Glass. Cohen ha avuto relazioni sentimentali con Marianne C. Stang (alla quale è dedicata “So Long Marianne”), con l’artista Suzanne Elrod, che non ha mai sposato, ma che ha dato alla luce i suoi figli Adam e Lorca – con la fotografa francese Dominique Issermann  e l’attrice Rebecca De Mornay.

Dopo gli anni trascorsi in monastero, Cohen ha fatto ripartire la sua carriera musicale con “Ten New Songs”. Dopo aver scoperto che il suo grande amico e storico manager Kelly Lynch gli aveva estorto i risparmi di una vita e i diritti sulle pubblicazioni musicali, fatto che ha comportato un’ondata di azioni legali, Cohen ha dato il via, nel 2008, ad un massiccio tour di lunghi ed acclamati concerti, raccolti in una serie di video e live album.

“Forse è tornato in tour per ragioni economiche, ma gli era iniziato a piacere davvero”, ha detto lo storico bassista e direttore musicale Roscoe Beck. “Lo sa che là fuori ha un pubblico che non vede l’ora di assistere allo show, e la vita in tour gli piace. Gli piacciono le stanze di albergo. Gli piace lo spirito di squadra della band e della crew. Si sente a suo agio sul palco, si capisce dalle sue performance.  E’ stato fantastico poter prenderne parte ed assistere a tutto questo”.

Cohen ha vinto quattro Juno Award e un Grammy ed è inoltre stato insignito di un Grammy alla carriera nel 2010. Oltre alla Rock and Roll of Fame, Cohen è stato inserito nella Songwriters Hall of Fame, nella Canadian Music Hall of Fame e nella Canadian Songwriters Hall of Fame e ha ricevuto il Premio Principessa delle Asturie oltre ad altri premi letterari e lauree ad honoris causa. Nel 2011 è stato nominato Compagno dell’Ordine del Canada, che è la più alta onorificenza concessa dal Canada.