Rock’n’roll, glam e sonorità analogiche sono gli ingredienti base della band romana che ha conquistato Stati Uniti, Francia ed Inghilterra. Attivi da dieci anni, i Giuda sono ormai considerati la punta di diamante del rock’n’roll made in Italy. Dopo il successo avuto negli USA, i Giuda tornano ad esibirsi Roma il 30 giugno ed in altre città italiane. Proprio qualche giorno fa abbiamo avuto il privilegio di fare una chiacchierata con Lorenzo Moretti, chitarrista e compositore della band, nella sua casa, circondati da vinili e memorabilia da perdere la testa.

Sono passati 7 anni dall’uscita del vostro primo album “Racey Roller”. Cosa è cambiato da allora?

Sono cambiate tante cose. Quando è uscito “Racey Roller” la musica non era diventata ancora il nostro lavoro, adesso invece è il nostro pensiero quotidiano:ci impegna nel rispondere alle mail, nel parlare con l’etichetta e in tante altre cose che ai tempi di “Racey Roller” non esistevano.

 Il secondo album”Let’s do it again” è considerato il fratellino di “Racey Roller” con una veste più pop. Il terzo, “Speaks Evil”, ha gli stessi ingredienti dei primi due con l’aggiunta di blues e sonorità dei classici hard rock, pop e glam. Cosa vi influenza e cosa vi ha influenzato nel corso della vostra carriera?

 Come tutti i gruppi siamo stati influenzati da vari ascolti. Siamo nati con il punk, infatti il nostro progetto precedente, I Taxi, è nato proprio all’interno di questa cornice . Ho definito “Let’s do it again” il fratellino di “Racey Roller” proprio perché con l’uscita del primo album e con i primi concerti è iniziata ad esserci una maggiore richiesta da parte del pubblico, e avevamo dunque la necessità di aggiungere pezzi in scaletta. Fin dai primi live di “Racey Roller” abbiamo suonato i pezzi che successivamente sono andati a comporre “Let’s do it again”, pezzi che non sono nati nello stesso momento, ma che abbiamo creato nel primo periodo di attività. “Speaks Evil” è uscito nel 2015, dopo 5 anni da “Racey Roller”, è un disco diverso, influenzato dalla scoperta di generi differenti. In 5 anni, infatti, abbiamo avuto altri tipi di ascolti, siamo cresciuti noi ed è naturale che ci sia stata un’evoluzione artistica. Sono contento di questo, noi non facciamo dischi per vendere, ovviamente siamo contenti di avere riscontri favorevoli anche da questo punto di vista da parte dei fan, ma ogni disco rappresenta un determinato momento.

Siete tornati da poco dal tour negli Stati Uniti, prima ancora avete fatto tappa in Francia, paese in cui è nato il primo fan club. Che rapporto avete con il pubblico straniero e che differenza c’è tra l’accoglienza italiana e quella estera?

Faccio il paragone con gli Stati Uniti, essendoci  stati da poco: il pubblico americano è un pubblico più preparato, cresciuto con un certo tipo di ascolti. In America basta accendere la radio per ascoltare dai classici rock al punk. E’ normale che se sei cresciuto con questa maggiore facilità nello scoprire nuovi generi sei più pronto per un certo tipo di band e un certo tipo di concerti. Anche in Italia, in passato, ci sono state band gloriose, andava tanto il beat negli anni ’60, il prog nei primi anni ’70, quindi non è un paese totalmente estraneo ad un certo tipo di sonorità, però non tanto quanto l’Inghilterra e il nord Europa.  Quindi questo in generale implica una maggiore affluenza ai concerti.

La vostra strumentazione è fatta di pezzi originali degli anni ’60, l’attenzione per i dettagli avviene anche in fase di registrazione?

 Siamo tutti abbastanza attenti, perfezionisti da questo punto di vista, sia noi che il nostro produttore Danilo Silvestri e condividiamo la passione per un certo tipo di strumentazione e un certo tipo di sound. Abbiamo costruito il nostro suono utilizzando degli amplificatori particolari, i francesi Bouyer, che non sono dei veri e propri amplificatori da chitarra, ma sono degli amplificatori Hi-Fi che venivano utilizzati negli anni ’60. Un giorno ne abbiamo comprato uno, lo abbiamo collegato alla chitarra e ci siamo resi conto che aveva un sound diverso dal suono canonico dei Marshall a cui tutti sono abituati. Ci è piaciuto molto e abbiamo creato il suono attorno all’uso di questi amplificatori. L’attenzione per i dettagli per noi è fondamentale, è quella che fa la differenza anche in studio di registrazione. Privilegiamo l’analogico rispetto al digitale per una questione qualitativa e di resa finale. C’è una bella ricerca riguardo al suono e alla strumentazione anche dal vivo.

Il tema del calcio è frequente nei testi delle vostre canzoni, il brano “Number 10” è dedicato a Francesco Totti. Ora che non gioca più lo portate con voi in tour? Eravate negli Stati Uniti durante l’ultima partita del capitano, l’avete vista?

Si per forza! L’abbiamo vista dagli Stati Uniti e abbiamo ricevuto foto e video da parte di amici. Devo dire che è stata dura, poi Totti è il calciatore che ci ha fatto gioire di più. Continueremo a suonare “Number 10” perché  ovunque andiamo è uno di quei pezzi in cui il pubblico partecipa di più, uno dei nostri cavalli di battaglia.

La prossima data a Roma sarà il 30 giugno.  Cosa significa per voi tornare a suonare in casa?

È sempre un piacere suonare qui a casa, anche perché vengono a vederci parenti e amici, il contesto è più familiare. L’ultima data qui poi, quella al Monk,  è stata bellissima, la sala era piena, credo uno dei più bei concerti che abbiamo fatto qui a Roma. Il 30 suoneremo all’interno del Festival IFest, a Parco Nomentano. È’ un piacere esibirsi anche all’aperto, anche se in genere preferiamo i club perché si crea un rapporto più diretto con il pubblico. In passato la data a Roma era considerata da noi una delle più importanti, adesso lo è si, ma più da un punto di vista affettivo.

Da Settembre riprenderete la seconda parte del tour americano, poi che progetti avete per il futuro? Pensate già ad un nuovo album?

Questa seconda parte del tour ci vedrà occupati per una quarantina di giorni, torneremo in città in cui abbiamo già suonato e in altre in cui non siamo ancora mai stati, e poi, tornati in Italia, cominceremo a pensare al nuovo album.

 

Giulia Maria Burdiat