Un reading, tanto per farla breve; in realtà una raffica di parole e musica acustica, un pretesto per raccontare un po’ di storie e cantare qualche canzone, puntando per una volta il riflettore (doppio senso) sulle parole. Un selfie al volo, con un amico carissimo. Lui ha più di 700 anni portati alla grande, un certo Durante degli Alighieri, nic-name Dante, un tizio fiorentino che spacca assai da moltissimi anni. Così l’artista introduce il suo spettacolo, portato Sabato 25 maggio da Germi a Milano. Un locale gremito di testoline attente per uno spettacolo di quasi due ore in cui il suddetto Succi ha dipanato le “Rime Petrose” di Dante frammiste alle sue ballate acustiche. Un percorso a dorso di mulo su un pendio di oltre 14.000 versi moltiplicati come un DNA, radice o matrice di tre canti, tre regni, tre macrocosmi collegati.
Succi ci consegna in un’opera sola la sua storia, la tua, quella dell’umanità, quella di centinaia di personaggi, centinaia di luoghi, tutto lo scibile filosofico e cosmologico del suo tempo e, giusto di passaggio, una nuova lingua comprensibile al volgo insieme al suo capolavoro immortale letterario.
Il selfie più geniale di Dante? Quello che si è fatto insieme al Signor Dio, che all’epoca andava alla grandissima ma non si era mai concesso. Un Dio che in realtà è un libro. Poi diventa una sfera. Proprio come il suo libro, proprio come il suo poema.
E che dire del fatto che l’eroe del poema è l’autore stesso. Chi scrive, chi legge, chi recita e chi suona diventano tutto uno con chi ascolta!
Sono rimasto davvero colpito da questo spettacolo. Ne ho filmato una parte: uona visione!
Questo il brano finale che a mio modesto avviso riassume tutta la serata
Momento Topico: quando il suddetto Succi ha chiosato l’utilizzo Dantesco della Rima Ambigua prendendo ad esempio il featuring di tale Caneda nel famoso brano di Gue Pequeno – Il Ragazzo d’Oro

smemorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine (almeno il mio) mondo, nonfoss’altro per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica a Pavia e il Babylonia in quel di Ponderano, nel Biellese.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
