Torres - Silver Tongue

Un passo indietro, o meglio: tornare dentro il cerchio. Il proprio. Sembra emergere questo dall’ultimo lavoro di Mackenzie Scott, in arte Torres.

Il deragliare sintetico ed elettronico di “Three Futures” (2017) non aveva soddisfatto tutti. Fondamentalmente non aveva soddisfatto nemmeno la stessa cantautrice, per quanto il disco non mancasse di gusto, sensualità e talento. Ma in “Silver Tongue” Mackenzie torna, senza forzare la mano, ad essere una ninfa di bosco, tra l’evocativo e lo spirituale, tra tensione e passione. Connotati con i quali si era davvero messa in mostra fin dagli esordi, con approccio semplice, minimale, a tratti metafisico, ma sicuramente “suo”.

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Come sua è l’esplosione nervosa e dissonante di Last Forest, la più delicata Dressing America o la più labirintica Records of Your Tenderness. Certo, lo zenith si tocca con l’organo che si fa sintetico e nel magnetico ritornello di Two of Everything, o nel folk più intimo di Gracious Day: a conti fatti, i brani migliori e più significativi del lotto.

Tutto, però,  in un perfetto mitigarsi tra quell’incedere energico e spigoloso che ci riporta a “Sprinter” (2015) e il lato più passionale, quanto anestetico, quasi religioso. Alla fine dei conti, con “Silver Tongue” e le sue storie Torres sembra essersi riappropriata della sua dimensione: forse, il risultato davvero migliore che poteva chiedere.

Anban