Di sicuro, a Sam Fender e alla sua squadra non si potrà additare di non avere le idee chiare su come muoversi. È dal 2017 che il ragazzotto di Newcastle piazza singoli (e un EP, “Dead Boys”) con ponderata cadenza, al fine di farsi conoscere poco alla volta e di creare il giusto appetito per l’uscita del primo vero album. Un disco che sarebbe dovuto uscire ad agosto, ma che è stato a sua volta posticipato a settembre (ed è lecito immaginare volutamente).

In apertura il buon Sam decide subito di piazzare il pezzo di maggiore impatto del lotto, la già diffusa titletrack Hypersonic Missiles: chitarra come vettore trainante, colpi sui tamburi, verse-bridge-chorus memorabile, assolo di sax che si incrocia con quello dell’elettrica, coretto, ancora ritornello. Più che un brano, una dichiarazione di intenti vera e propria. Con quel profumo tremendamente springsteeniano che si respira anche nella seguente The Borders, dove è ancora il sax a prendersi la scena nella dilatata coda.

Fender tocca vari temi, delicati quanto d’attualità: depressione, amore, suicidio. Società e politica. Con approccio lucido quanto furbo e satirico, dalla denuncia non certo sottile ma nemmeno rabbiosa: provare per credere la ballata White Privilege, chitarra – guarda un po’ – Fender in spalla, o quella Dead Boys dedicata a un amico scomparso. Procede sicuro di sé, Sam Fender, a trazione chitarristica ma abile a trovare gli inneschi e gli agganci perfetti che permettano al lavoro, per quanto lungo e già in parte conosciuto, di non avere momenti deboli e nemmeno di stanca.

I beat di You’re Not The Only One allargano il ventaglio fino a sublimare in un dorato arpeggio di chitarra prima e ancora in una coda di sassofono dal sapore retro’. Sa usare l’acume, l’energia, ma sa essere anche pop e ruffiano quanto basta: Saturday, Will We Talk? e Leave Fast, tra le altre, non possono passare certo inosservate, e bastano un paio di ascolti perché ti entrino in testa. Sam Fender, come detto, è bravo quanto intelligente e furbo: la sua musica è finalizzata all’essere anthemica e memorabile.

Certo, per il momento si è dovuto accontentare di slot di livello, ma non principali, nei grandi festival europei, e siamo lontani dal poter riempire gli stadi di qualche capitale in giro per il globo: pare proprio, però, che l’intento per un futuro nemmeno troppo remoto, per quanto ambizioso, possa essere davvero quello.

Anban