Kae Tempest torna con un album che è molto più di una raccolta di brani: Self Titled è un’autobiografia in musica, una dichiarazione identitaria, un gesto d’amore e di resistenza. È un’opera che non lascia scampo, che ti afferra fin dal primo verso e ti trascina in un viaggio emotivo, politico e profondamente umano. Dimenticate il distacco o l’astrazione: qui tutto è reale, urgente, necessario.
Si comincia con “I Stand On The Line”, e già ci si rende conto che non si tratta di un semplice brano d’apertura, ma di un grido, una lettera da sé a sé, scritta con la mano tremante di chi ha lottato per trovare il proprio posto nel mondo. È una canzone che parla a chiunque si sia sentito escluso, che rivendica l’esistenza della comunità trans con fierezza, ma che va oltre, parlando a tutte le identità negate, spezzate, invisibili. È uno squarcio di verità pura, ed è solo l’inizio. Con “Statue In The Square” la rabbia diventa dichiarazione politica: “They never wanted people like me round here / But when I’m dead, they’ll put my statue in a square”. È una frase che resta scolpita, una sfida diretta a una società che celebra troppo tardi chi ha cercato di mettere a tacere.
Il viaggio continua e diventa dialogo con “Know Yourself”, una canzone che sembra quasi una lettera di gratitudine al sé adolescente, a chi ha resistito, ha scritto, ha sognato. Qui Tempest si mostra nella sua vulnerabilità più tenera, ringraziando il passato per il coraggio di non mollare, ricordando pomeriggi passati tra quaderni pieni di rime, influenze hip-hop, sogni di voce. È una traccia che commuove perché è vera, e perché ci ricorda quanto sia importante guardarsi indietro non per rimpiangere, ma per abbracciare.
Ma Self Titled non è solo introspezione. È anche uno sguardo lucido e doloroso sul mondo. In “Bless The Bold Future”, Kae si chiede se sia giusto mettere al mondo dei figli oggi, in un’epoca attraversata da crisi ambientali, sociali, umane. È un brano carico di contraddizione, come la vita stessa: desiderio e paura, speranza e consapevolezza. E poi arriva “Hyperdistillation”, che fotografa la disuguaglianza con immagini taglienti: un uomo che muore per strada di fronte a grattacieli vuoti, mentre gli ospedali collassano e le istituzioni chiudono gli occhi. “Diagnoses” è un altro colpo al cuore: un vortice elettronico che elenca disturbi mentali come risposte legittime a un mondo malato, e che ci ricorda quanto siamo tutti, in qualche modo, in cura.
Eppure, dentro tutta questa oscurità, c’è una luce che non si spegne. Tempest non si limita a denunciare: ama. Ama la sua città, come in “Sunshine On Catford”, un inno pop tutto synth anni ’80 e malinconia, impreziosito dalla voce di Neil Tennant. Ama la sua comunità, il suo partner, ama la possibilità stessa di esistere e raccontarsi. Ogni brano, anche il più doloroso, contiene una scintilla di gioia, un istinto vitale che resiste, nonostante tutto.
Anche sul piano sonoro, Self Titled è un passo avanti. Rispetto al precedente The Line Is a Curve, più sobrio e controllato, qui la produzione – guidata dal raffinato Fraser T. Smith – è più ampia, esplosiva, forse anche troppo a tratti. Archi, gospel, beat elettronici, incursioni grime e pop: è un disco che cambia forma di continuo, che mescola generi senza paura. A volte sembra voler dire troppo, tutto insieme. Ma forse è proprio questo il punto: questa è una voce che ha taciuto troppo a lungo, e ora vuole essere ascoltata in tutta la sua complessità.
La voce di Kae è diversa rispetto al passato, più profonda, più piena, segnata dalla transizione ma anche da una maturità emotiva che traspare in ogni parola. Non è solo un artista, è un narratore, un poeta, un testimone. Non si nasconde, non si filtra. Ogni verso, ogni pausa, ogni respiro sembra scolpito nel cuore.
Self Titled è un album che ferisce e guarisce, che racconta il trauma ma non ci si inchioda, che celebra la verità anche quando è scomoda. È una raccolta di lettere d’amore: alla propria storia, alla comunità queer, alle strade di Londra, a chi ha camminato con Kae nel buio e nella luce. È un disco che si ascolta con le orecchie ma si sente nel petto.
Kae Tempest non ha solo fatto un album. Ha fatto un gesto. Un atto di esistenza. E con Self Titled ci ricorda che la fragilità può essere una forza, che la poesia può ancora scuotere, e che raccontarsi – davvero – è forse la cosa più politica che possiamo fare.

Smemorato sognatore incallito in continua ricerca di musica bella da colarmi nelle orecchie. Frequento questo postaccio dal 1998…
I miei 3 locali preferiti:
Bloom (Mezzago), Santeria Social Club(Milano), Circolo Gagarin (Busto Arsizio)
Il primo disco che ho comprato:
Musicasetta di “Appetite for Distruction” dei Guns & Roses
Il primo disco che avrei voluto comprare:
“Blissard” dei Motorpsycho
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Parafrasando John Fante, spesso mi sento sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Ma poi metto in cuffia un disco bello e intuisco il coraggio dell’umanità e, perchè no, mi sento anche quasi contento di farne parte.
