
Lo scorso gennaio è uscito “Hands Across the Creek”, il debutto discografico degli Hotel Lux, un giovane gruppo indie-rock britannico. Il disco, prodotto da Bill Ryder-Jones, è stato accolto con grande entusiasmo dalla critica, che lo ha elogiato per la sua maturità, originalità e capacità di fondere armoniosamente diverse influenze musicali. Gli Hotel Lux si formano nel 2018 a Portsmouth, in Inghilterra. La band è composta da Lewis Duffin (voce, chitarra), Sam Coburn (chitarra), Craig MacVicar (batteria) e Tom Hughes (basso). Il loro sound è caratterizzato da un mix di indie-rock, post-punk, new wave e post-rock. “Hands Across the Creek” è un disco di 11 tracce che esplorano un’ampia gamma di tematiche, tra cui amore, perdita, alienazione, politica e satira. Le canzoni sono caratterizzate da testi intelligenti e pungenti, accompagnati da melodie orecchiabili e chitarre distorte
Gli Hotel Lux con questo disco dimostrano di essere ben consapevoli del contesto musicale in cui si trovano, abbracciando il confronto con icone come The Fall. Tuttavia, etichettarli come una mera copia sarebbe un grave errore. Questa band ha un’identità tutta sua che trasuda dall’album in ogni sua traccia.
Fin dall’inizio, nell’apertura del disco, il cantante principale Lewis Duffin accenna ai paragoni con Mark E. Smith dei The Fall, mentre le tastiere scomode e le chitarre traballanti forniscono il sottofondo. Tuttavia, questa mossa sembra servire a liberarsi immediatamente del peso delle aspettative, permettendo agli Hotel Lux di essere autentici. L’album si sviluppa in una serie di brani che sembrano proiettati direttamente su un dancefloor polveroso. “Common Sense” e “Strut” sono brani indie leggermente fuori dagli schemi, pronti a diventare degli inni. La hit dell’anno precedente, “National Team,” trova nuova vita in questa strana atmosfera. Nella maggior parte del disco, emergono sarcasmo e cinismo così densi da sembrare bloccare le orecchie, ma verso la fine, gli Hotel Lux sorprendono con un cambio di tono. Le melodie acustiche di “An Ideal For Living” e la traccia un po’ ubriaca ma geniale di “East Being Lazy” potrebbero sembrare fuori luogo, ma la band riesce a eseguirle con successo, dimostrando che c’è molto di più in loro rispetto al semplice revival post-punk.
In conclusione, “Hands Across The Creek” è un album che abbraccia il retaggio dei The Fall senza esserne prigioniero. Gli Hotel Lux emergono con un suono che cattura l’essenza del post-punk, ma allo stesso tempo si allontana da esso in direzioni inaspettate. Questa band è pronta a scrivere la propria storia…e comincia molto bene.

memorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine il mondo, almeno per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica di Pavia e il Babylonia di Ponderano.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
