Quando un calciatore esordiente offre una prestazione esaltante, di quelle che non ti aspetti, mio padre dice sempre una cosa: “L’ha fatta fuori dal vaso”. Non capita spesso, anzi. Deve succedere qualcosa di straordinario perché lo dica. Chessò, una doppietta fuori casa, un gol partita all’ultimo minuto, un salvataggio miracoloso sulla linea di porta. L’espressione non è delle migliori, ma rende molto bene l’idea. Ebbene, qui siamo sullo stesso livello. Filippo Bonamici, in arte Fil Bo Riva, ha 24 anni e una carriera ancora tutta da costruire. Il 23 settembre è uscito il suo Ep d’esordio, “If you’re right, it’s alright”, ed è proprio il caso di dire che “l’ha fatta fuori dal vaso”. Non capita spesso, dicevamo. Ma un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia. E se la metafora del calcio vale anche per la musica, con Fil Bo Riva è nata una stella.

Romano d’origine, svezzato a suon di musica italiana (anni ’60, si intende), il giovane Filippo vive quattro anni in Irlanda chiuso in un collegio di frati. A partire da un’innata passione per Beatles e Rolling Stones, la vita all’estero gli permette di ampliare i suoi ascolti al soul e al blues, che diventeranno la base classica alla quale ispirarsi. Segue trasferimento a Berlino, dove una delusione d’amore gli apre gli occhi su ciò che fino a quel momento era rimasto inespresso: il suo talento. È il momento della trasformazione. Filippo Bonamici diventa Fil Bo Riva, cantautore di razza. Scende in strada, vive da busker e suona emulando i suoi idoli, non ultimo Pete Doherty. Si muove tra il folk e il soul (sì, ancora il soul) alla ricerca della propria identità. Finché un giorno incontra Felix A. Remm e Robert Stephenson, che lo trascinano in studio per le prime registrazioni.

Nasce così “If you’re right, it’s alright”, un disco di cinque pezzi aperto dalla sorprendente Like eye did, un colpo di tacco nell’angolino basso. A stupire, in primissima battuta, è la voce di Fil. Roca, intensa, ricca di tonalità basse, ma capace anche di una maggiore estensione. Dentro c’è tutta la disperazione di chi ha sofferto, ma l’ha fatto con stile. E chi mai l’avrebbe detto che dopo i primi quaranta secondi di chitarra e voce, la canzone sarebbe esplosa in una cavalcata degna del miglior Tom Waits? Ma a differenza del maestro, che canta di sbronze colossali, amori notturni e roboanti avventure, l’allievo Fil Bo Riva si concentra su se stesso e sulle proprie delusioni. L’effetto di Franzis è ancora più spiazzante. Parte come un pezzo sbarazzino degli Alt-j e sfocia in un ritornello ritmatissimo, decisamente più pop del brano precedente, che mescola George Ezra ai Franz Ferdinand più scanzonati. In Greeningless si ritorna su toni più pacati, ma anche qui il refrain è di quelli che ti si appiccicano in testa al primo ascolto. Nemmeno Killer Queen vi darà pace: difficile parare una staffilata del genere a cuore nudo. Chiude con classe The Falling, in cui il piano diventa per la prima volta protagonista, con risultati (manco a dirlo) ottimi.

Se ancora non vi siete convinti, sappiate che il ragazzo aprirà tutti i concerti del tour di Joan As Police Woman & Benjamin Lazar Davis di qui fino alla fine dell’anno. Dal vivo si presenta solitamente con un set minimale: due chitarre e cassa suonata dallo stesso Fil. Andatelo a sentire il 25 novembre al Monk Club di Roma, il 26 al Lokomotiv di Bologna e il 27 al Magnolia di Milano, dove ha già dato un assaggio lo scorso 2 settembre per Un Altro Festival.

Paolo Ferrari