Con Speak Daggers, Elias Rønnenfelt firma il suo secondo album solista e conferma quanto il suo talento vada ben oltre l’urgenza post-punk degli Iceage. Registrato nella sua camera da letto e intitolato con un riferimento diretto all’Amleto shakespeariano, il disco è un’opera intima ma affilata, capace di parlare a bassa voce e colpire con precisione chirurgica. È un lavoro che vive di contrasti: crudele e delicato, notturno e luminoso, fragile eppure ostinatamente vivo.
L’apertura con “Crush The Devil’s Head” stabilisce subito il tono: gotica, torbida, quasi funebre, la canzone si muove come una passeggiata solitaria in un cimitero, guidata da una narrazione sinuosa e da un senso di inquietudine che non cerca mai la spettacolarità. È una lenta discesa nell’ombra, da cui però Rønnenfelt riemerge subito dopo con “Love How It Feels”, brano sorprendentemente jangle e barocco, che sembra far filtrare la luce attraverso arrangiamenti più ariosi e un romanticismo nervoso.
Il disco procede per continui cambi di pelle. “USA Baby” è clangorosa e metallica, quasi una filastrocca sfrontata che però porta con sé una tristezza profonda: lo sguardo è quello di chi ama qualcuno americano e osserva con disincanto ciò che gli Stati Uniti stanno diventando. Qui Rønnenfelt riesce a fondere ironia, disillusione politica e sentimento personale in un equilibrio instabile ma estremamente efficace. Con “Not Gonna Follow”, arricchita dalla presenza dei Congos, il sound si tinge di reggae e si apre a una malinconia globale, trasformando il disco in una riflessione più ampia sul mondo e sul senso di appartenenza.
“No Longer A Kid” è una delle vette emotive dell’album: luminosa, quasi scintillante, racconta l’addio all’innocenza senza retorica, con una dolcezza che sa di pomeriggi assolati e consapevolezze improvvise. “Mona Lisa”, invece, è un rock più diretto, che affronta le contraddizioni dell’infatuazione totale, dove amore e ferita coincidono e si alimentano a vicenda. È qui che la scrittura di Rønnenfelt mostra tutta la sua ambiguità emotiva.
“Hollow Noon” rappresenta il cuore fragile di Speak Daggers: una canzone struggente, sospesa, che riflette su qualcosa di irrimediabilmente perduto, senza mai cadere nel sentimentalismo. Il tempo sembra fermarsi, e ciò che resta è una nostalgia quasi fisica. Da lì, l’album riparte con la furia nichilista di “World Prison”, brano punk nel senso più autentico del termine, caotico e vitale, prima di chiudersi idealmente con “Kill Your Neighbor”, dove aleggia l’ombra di Nick Cave, tra baritoni profondi e un gusto marcato per il racconto poetico e viscerale.
Speak Daggers è un disco che non concede pause alla noia, perché ogni brano apre una nuova prospettiva, emotiva o sonora. Rønnenfelt dimostra una maturità rara: sa essere autore, interprete e narratore, trasformando la sua solitudine creativa in un universo ricco e stratificato. Un album che non urla, ma incide. Come una lama ben affilata.

Smemorato sognatore incallito in continua ricerca di musica bella da colarmi nelle orecchie. Frequento questo postaccio dal 1998…
I miei 3 locali preferiti:
Bloom (Mezzago), Santeria Social Club(Milano), Circolo Gagarin (Busto Arsizio)
Il primo disco che ho comprato:
Musicasetta di “Appetite for Distruction” dei Guns & Roses
Il primo disco che avrei voluto comprare:
“Blissard” dei Motorpsycho
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Parafrasando John Fante, spesso mi sento sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Ma poi metto in cuffia un disco bello e intuisco il coraggio dell’umanità e, perchè no, mi sento anche quasi contento di farne parte.
