Il suono pieno e ritmato dei Dodgy torna a saturare il loro quinto e ultimo album “What Are We Fighting For”. Dieci tracce maturate sull’albero della ormai lunga carriera della band inglese, simbolo e degna espressione del brit-pop targato anni Novanta, ma ancora capace di vincere e convincere all’ascolto. Schierati in formazione originaria più uno, Nigel Clark (voce, chitarra, basso), Mathew Priest (batteria) Andy Miller (chitarra) e il novello Stu Thoy (basso) si lanciano senza paura in una nuova avventura discografica, che ha imparato dalle precedenti e vuole farcelo vedere.
Schizzi di psichedelia si alternano a suoni da ballata o da ritmiche recuperate dagli anni ’60, che tappezzano testi più adulti e scavati: emozionante il vuoto lirico di TheHills con i suoi intrecci armonici vocali e il suo assolo malinconico di chitarra, divertente il tocco country – Beatles di MendedHearth, ed energetico il suono amplificato e rockeggiante di Now Means Nothing. La conclusiva e potente What Are We Figthting For è il simbolo di un gruppo che riesce a non avere la data di scadenza appiccicata sulla chitarra, riproponendosi in modo riconoscibile ma ricostruendosi e riassettandosi ogni volta, assorbendo influenze musicali diverse che spaziano da Neil Young agli Who, senza esserne le riproduzione e senza diventare seriali. I Dodgy sono le sequoie che dobbiamo premurarci di non abbattere, per poter continuare a godere della loro crescita e a leggere e leggerne la storia tra i rami.
Giulia Zanichelli

Mi racconto in una frase
Famelica divoratrice di musica e patatine (forse più di patatine), diversamente social e affetta dalla sindrome di “ansia da perdita” (di treno, chiavi di casa, memoria
e affini).
I miei 3 locali preferiti per ascoltare musica
Auditorium Parco della Musica (Roma), Locomotiv Club (Bologna), Circolo Ohibò (Milano).
Il primo disco che ho comprato
“Squérez?” dei Lunapop, a 10 anni. O forse era una cassetta.
Comunque, li ho entrambi.
Il primo disco che avrei voluto comprare
“Rubber Soul” dei Beatles.
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso
Porto avanti con determinazione la lotta per la sopravvivenza della varietà linguistica legata alla pasta fresca
emiliana: NON si chiama tutto “ravioli”, fyi.