Con “Balloon, Balloon, Balloon”, terzo capitolo del progetto solista Sharp Pins, Kai Slater sembra voler trasformare la sua camera da letto in una piccola stazione radio fuori dal tempo, sintonizzata su frequenze che oscillano tra i Sessanta e un presente sfocato, filtrato attraverso muri di neve sciolta e ricordi di pioggia. L’immagine con cui il disco è stato presentato — un risveglio nella Chicago piovosa, il jangle di una chitarra che rimbalza sui vetri — è la chiave d’accesso perfetta a ciò che l’album rappresenta: un archivio di trasmissioni polverose, fragili 7” senza etichetta che suonano come se fossero stati dimenticati in un negozio dell’usato per decenni.

Slater, ventenne longilineo e figura di riferimento della scena DIY indie rock di Chicago, arriva a questo disco dopo aver rimesso in circolo Radio DDR, un lavoro brillante e quasi “best of” che mostrava una sorprendente padronanza della melodia e un amore profondo per la cultura mod e la psichedelia sixties. Balloon, Balloon, Balloon invece cambia direzione: non più la perfezione del pop artigianale, ma un collage di idee registrate in bassa fedeltà, a volte così sporche da sembrare riprese da un’altra stanza. È un album che non teme l’imperfezione; anzi, la usa come materiale narrativo.

La traccia d’apertura, “Popafangout”, è l’eccezione che conferma la regola: la più immediata, la più “pulita”, forse l’unica che potrebbe davvero suonare in radio senza che qualcuno si chieda se il segnale stia saltando. Da lì in poi, le venti mini-schegge che compongono il disco abbracciano un’estetica volutamente sghemba: feedback, rumori d’ambiente, distorsioni che si ingoiano la voce, quasi a voler replicare l’effetto di un bootleg trovato per caso. Ogni brano è familiare ma straniante: “Queen of Globes and Mirrors” fluttua come un lento da sogno ipnagogico; “Talking in Your Sleep” recupera progressioni da doo-wop anni ’50 e le mescola all’innocenza dei primi beat group; “(In a While) You’ll Be Mine” ha un’eleganza che avrebbe fatto sorridere Gene Clark.

Slater non è nuovo ai rimandi storici, ma qui il gioco diventa più ardito. Si sente l’ombra lunga dei Guided by Voices, di Big Star, di quei gruppi power pop dimenticati che riempiono scatoloni interi di collezionisti appassionati. E sì, a tratti, soprattutto nella capacità di coniugare melodia nitida e spirito sperimentale, emerge persino un riflesso dei Beatles: non tanto nel suono in sé, quanto nell’approccio, in quella voglia di piegare la tradizione pop verso qualcosa di personale, sghembo, sorprendentemente nuovo. È come assistere a una versione lo-fi e casalinga dei momenti più giocosi di White Album.

Nonostante la produzione volutamente ruvida, le canzoni brillano. Slater ha assimilato alla perfezione l’arte del jangle pop: sa come far scintillare una dodici corde anche attraverso un registratore murato di disturbi, come bilanciare un atteggiamento punk con la dolcezza bubblegum, come evitare che il vintage scivoli nel pastiche. Il segreto sta nelle melodie — taglienti, memorabili, a volte persino commoventi — e in testi che non si nascondono dietro simbolismi: sono canzoni d’amore, quasi sempre d’amore perduto, dirette e vulnerabili. “I Don’t Have the Heart” e “Gonna Learn to Crawl” sono pugnalate emotive che non hanno bisogno di decifrazione; “Stop to Say Hello” è talmente perfetta da sembrare un singolo che un universo più giusto metterebbe in classifica.

Ciò che rende Balloon, Balloon, Balloon così affascinante è la sua natura biforcuta: un disco che sembra uscito da un’altra epoca, eppure totalmente in linea con un presente che spesso sacrifica spontaneità e imperfezione per l’omogeneità. Slater, invece, gonfia i suoi palloncini sapendo che scoppieranno: li osserva esplodere e ride, e in questo gesto c’è tutta la libertà creativa che rende Sharp Pins un progetto necessario. Il risultato è un album da riascoltare ad oltranza, ogni volta scoprendo un frammento nuovo, un rumore fuori posto che diventa immediatamente significativo e imprescindibile.

In un mondo musicale troppo patinato, “Balloon, Balloon, Balloon” è un piccolo miracolo sgualcito: pop purissimo, fragile e brillante come un fiore che nasce dall’asfalto.

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