divine comedy office politics recensione

Sarà stato sicuramente un bel divertissement per The Divine Commedy la produzione di questo “Office Politics”: ma è stata, probabilmente, anche una questione di sopravvivenza. Dove è evidente che le frecce più incisive siano già state (da anni) scoccate, reinventare almeno parte della propria forma diventa quasi un’esigenza, se si vuole ancora rimanere sulla piazza. O semplicemente, non annoiarsi.

Questo “Office Politics” non ha la pretesa di scuotere le coscienze o di mandare qualche particolare messaggio di denuncia. Più che essere il personaggio di questa sorta di concept, Neil Hannon sta accanto al personaggio. Lo scenario, ed è evidente, è in gran parte quello di una giornata di lavoro come tante, in un ufficio come tanti, a cavallo degli ’80. Dalla mattina alla sera, come ogni giornata da impiegato che si rispetti. Che, diciamolo, è spesso avara di vere emozioni, a meno che non se ne crei qualcuna. Hannon ne è un eccellente storyteller, tra vicende più o meno verosimili.

Ecco che quindi, preso il caffè e saliti in macchina, ci si carichi di quell’irriverente entusiasmo e sicumera (con la pimpante Queuejumper) prima di imboccare l’ascensore che porterà in stanza: qui i primi synth, ampiamente preannunciati da Hannon (ma che sono più un aiuto e a volte un trastullo, che un vero vettore trainante), andare a braccetto con il funky della titletrack Office Politics.

Tinte retrò, retrò come la giornata impiegatizia che una vera modernità, probabilmente, non l’ha mai trovata. E qui è bravo, bravissimo come sempre Hannon a rendere vivide immagini e sentimenti con il suo corredo lessicale e poetico: la delicata Norman and Norma è una di quelle storie che possono tranquillamente essere nate tra le mura di un’azienda qualsiasi, tra sogni che non si sono realizzati e un’esistenza che scorre, così, senza picchi, nella normalità del quotidiano, alla ricerca di qualche emozione. Che forse è sempre meglio di rendersi conto di essere (solo sul posto di lavoro?) divenuti ormai praticamente inutili (in Absolutely Obsolete e il suo passo vagamente Bowieggiante, Infernal Machines, che ha un taglio più Depeche Mode, o gli aromi swing di You’ll Never Work in This Town Again).

Easy listening è tutto il lavoro, ai limiti del muzak. Diceva, Hannon: ci sono i synth. E brani sui synth. I synth sono un buon supporto, parecchio, senza però stravolgere o condizionare il suo tocco, che emerge, senza tempo. Sui synth, perché l’avanzare tecnologico è davvero qualcosa che non sembra andare giù al buon Neil, romanticamente legato com’è a dinamiche e istantanee dei tempi andati. Magari anche più vecchi di quelli che ha vissuto: The Synthesiser Service Centre Super Summer Sale e Psychological Evaluation sembrano quasi un manifesto in tal senso, con la surreale conversazione del nostro con un IVR di cinematica e distopicamente vintage memoria.

Che però a livello di qualità dell’album, si configurano come dei passaggi probabilmente evitabili; difatti, è davvero la lunghezza, anche in questo caso già preventivamente annunciata da Hannon, il vero punto debole del lavoro. Perché nella seconda metà, che pare come un esercizio fine a sé stesso, un divagare a tratti ridondante, troviamo synth pop a tinte anni ’80 (facile risentirci dentro Prince, Pet Shop Boys, ma anche i Berlin di Take My Breath Away in A Feather In Your Cap), di richiami a musical d’antan (I am A stranger Here o le più Rocky Horror Picture Show Dark Days Are Here Again e Opportunity Knox, che riporta sui binari del concept e di surreali dinamiche da posto di lavoro), ai jingle pubblicitari (Philip And Steve’s Furniture Removal Company), fino alla chiusura, dall’ironica epicità, affidata a After The Lord Mayor’s Show e When The Working Day Is Done: è finita la giornata di lavoro. Alienati da quello che il mondo fuori è davvero, torniamo tutti a casa. Ché domani è martedì.

Nonostante i tanti strumenti e le altrettante idee messe sul piatto, “Office Politics” tiene botta in termini di organicità proprio per lo spessore del suo dominus: gusto, sarcasmo, piacere di far musica, capacità di scrittura, non mancano ad Hannon. Non sono mai mancati. E se lo spessore, a conti fatti, non è quello dei tempi andati, poco importerebbe: certo, aver concentrato il tutto in qualcosa di, per quanto edibile, più raccolto, puntando meno sulla quantità, avrebbe forse reso questo “Office Politics” il meritato pregio. Basta questa critica per mettere comunque in discussione le abilità, la bravura e l’ispirazione di un piccolo eroe come Neil Hannon?

Anban

 

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