Dopo qualche lock down e un festival di Cannes, finalmente siamo tutti andati al cinema (o stiamo per andare) a vedere l’ultimo film di Wes Anderson, The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun. Un appuntamento firmato Prada, in cui avremmo sperato di intravedere del buon cinema, ma non è successo. Lo stupore iniziale dei primi splendidi quadretti di Anderson, è stato presto sommerso dall’impazienza che l’esercizio di stile terminasse il prima possibile. La storia (che trama non ha), si divide in tanti siparietti (gli articoli della rivista “The French Dispatch”) alcuni fin troppo dettagliati, con recitazione verbosa, ingessata e caricaturale, e carrambate all’apparire dei numerosissimi attori che si intravedono nella locandina.
Migliore tra tutti l’episodio con Benicio del Toro, malissimo quello con Edward Norton e Mathieu Amalric (nemmeno due attori giganteschi come loro hanno potuto salvare l’insalvabile) comprensivo di momento instagram con foto dei cibi cucinati dal grande cuoco Nescaffier (mah).
Esercizio autoriale con sceneggiatura inesistente, boutade o fallimento? Film ad episodi al quale manca il filo conduttore, certamente ricco di gadget, posterini, e colorini vivaci. Simmetrico, inconsistente, noiosissimo; Bill Murray fossile, Tilda Swinton sembra Alberto Sordi in Guglielmo il Dentone. Wes Anderson e Roman Coppola avrebbero forse voluto girare un cult alla New York stories, non considerando la necessità nei film a racconti di una solida ed accattivante sceneggiatura, o almeno di un episodio memorabile che possa salvare un film zoppicante (vd. Oedipus Wreck in New York Stories o Faubourg Saint Denis in Paris Je T’aime).
Quel che resta è una colonna sonora ridondante di Alexandre Desplat ed un piglio da accumulatore (anche nelle scelte stilistiche, dal realismo alla Updike al fumetto), in cui Wes Anderson si cita, perdendo di vista se stesso, in una lunga e vacua rassegna di tristi rappresentazioni teatrali, di cui ci dimenticheremo presto (speriamo).
Il Demente Colombo

memorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine il mondo, almeno per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica di Pavia e il Babylonia di Ponderano.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
