Prendi un mercoledì qualunque. Un mercoledì 9 marzo 2016. Fuori non piove, ma nemmeno c’è il sole. Non c’è la nebbia ma una leggera opacità nell’aria. Non fa freddissimo, ma il tepore primaverile non è ancora arrivato. È in giornate come queste che ti sorprendono serate uniche come quella appena conclusa con Scott Matthew al Magnolia. Si fanno spazio nel grigiore e ti scaldano il cuore anche quando non vorresti.

Forse non è onesto dire che qui a Milano i mercoledì si possono permettere di essere delle giornate qualunque, perché grazie alla programmazione dell’Arci di Segrate la città si ritrova ogni benedetto mercoledì (e non solo) una proposta artistica a cui difficilmente si può rimanere indifferenti. Forse se siete sordi. Per snocciolare solo alcuni degli ultimi appuntamenti a cui ha personalmente assistito chi vi scrive basti nominare Youth Lagoon, !!! (Chk Chk Chk) e oggi il barbuto e malinconico Scott Matthew.

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Old Fashioned Lover Boy

Il palco che ospita il cantautore australiano è quello piccolo del Magnolia, quello più intimo e raccolto ma anche meno capiente: in sala ci saranno state un centinaio di persone di cui la metà sedute a terra pronte a farsi incantare. A scaldare l’atmosfera per Matthew c’è Old Fashioned Lover Boy, una delle proposte più promettenti della scuderia dell’etichetta Sangue Disken. Solo sul palco con la sua chitarra acustica Old Fashioned Lover Boy suona brani dal suo EP e anticipa qualche canzone che troveremo nel suo primo disco. La sua voce e la pasta compositiva dei suo brani indie folk fermano l’attenzione del pubblico e convincono, lasciando in bocca la voglia di ascoltarlo nel suo album d’esordio: un diamante grezzo di cui si intuisce la purezza potenziale. Staremo a vedere.

Quando Scott Matthew sale sul palco si siede sullo sgabello dietro al microfono e confessa di essere teso: “Eravamo un po’ nervosi questa sera, visto che siamo venuti recentemente non ci aspettavamo una risposta così positiva. Pensavamo foste stufi di noi!”. Scherza Scott, e prima di cominciare ogni pezzo si concede una breve introduzione per raccontare il brano o semplicemente per darne il titolo. E ride nervoso, si sminuisce un po’ prendendosi in giro. Sul palco sono tre, tutti vestiti di bianco: Matthews alla chitarra acustica, accompagnato da violoncello, chitarra elettrica e un tavolino Lack (anche lui bianco) che gli regge una bottiglia di vino rosso.

Morbidamente, senza quasi rendercene conto, comincia a cantare e a riempire la stanza di suoni avvolgenti. La scaletta tocca quasi tutti i suoi 6 album usciti in 9 anni di carriera da solista, tessendo brani suoi a cover tratte dal bellissimo Unlearned (disco interamente di cover uscito nel 2013). Scivoliamo da Here We Go Again a German, e prima di attaccare The Wonder of Falling in Love Scott imbraccia l’ukulele e dice: “Questa è una canzone d’amore. Ok, tutte le mie canzoni lo sono ma questa è un po’ più positiva”. E lo è perché racconta il momento esatto in cui l’amore accade e stenti a credere che stia succedendo proprio a te:

And it’s happening to me / God I’ve been lonely / A heart washed out to sea / And could you love me / And save me from this misery.

Mentre Matthew canta Sweet Kiss in the Afterlife e Community, nel parterre il pubblico resta in silenzio, raccolto in un’intimità condivisa ma del tutto individuale: sono tutti agganciati alla voce di Scott Matthew che li culla appesi nel vuoto. Le corde arpeggiate della chitarra di Juergen Stark creano un tappeto sonoro riverberato e pieno, grazie ai suoi due Humbucker e un Bigsby montati sulla sua sei corde. Un suono caldo, vibrato, pulito: il suono del ricordo, della malinconia, della nostalgia.

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Scott Matthew

Del suo ultimo album canta anche Ruined Heart, Constant e la title track, che dà nome al disco, This Here Defeat canto del cigno di un amore finito che lascia amaro nero nel cuore:

I won’t write a song / so you can show all your friends / I wasn’t the one / the thought that you might just sing along / it’s just sick and wrong

Non scriverò una canzone per te, non c’è nulla di dolce in questa sconfitta, dice il brano, eppure siamo qui, pieni di nostalgia, a cantare con lui una melodia per quell’amore pieno di sbagli ma che manca ora che non c’è più. L’amore è fatto di contraddizioni, come la voce di Matthew: è alta ma è bassa, è morbida ma è ruvida. Basta questa voce e un accompagnamento lieve degli strumenti a corda per trasmettere tutta l’intensità di un animo vulnerabile ma vibrante, delicato ma potente, che pur mostrando le ferite dell’amor perduto non risulta mai pietoso o cupo. In fondo alla malinconia c’è sempre una nota di bellezza, di vitalità. Sentire fortemente ci rende vivi, e anche il dolore fa parte del gioco.

Ovviamente nella sua setlist non mancano le cover che riesce a interpretare con un taglio unico: “I love doing other people songs more than mine” confessa prima di incantarci con la sue versioni incredibili di I Wanna Dance With Somebody della Huston, Anarchy In The U.K. (PAZZESCA), Darklands dei Jesus and Mary Chain, To Love Somebody (struggente) o la sua dolcissima versione con l’ukulele di L.O.V.E. di Nat King Cole. Diventa difficile ascoltare di nuovo gli originali dopo aver sentito la versione di Scott Matthew, fidatevi.

Il concerto si chiude dopo un’ora e mezza, con la sua canzone preferita da cantare (o almeno così dichiara Scott prima di cominciare): Annie’s Song. E la differenza si sente: la sua voce cambia leggermente, si abbassa lievemente e ci solleva per l’ultima volta in una nuvola di suono avvolgente a cui ci abbandoniamo. Un luogo bellissimo da cui non vorremmo più scendere.

A cura di Francesca Arceri

 

SCOTT MATTHEW: CONCERTI IN ITALIA
10 marzo 2016 – Firenze – Spazio Alfieri
biglietti disponibili: www.boxol.it
11 marzo 2016 – Trieste – Teatro Miela
info: www.teatromiela.it
12 marzo 2016 – Pesaro – Chiesa dell’Annunziata
www.teatridipesaro.it
13 marzo 2016 – Padova – Atelier de reflexion
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