a0386928086_10Quinto lavoro in studio per la band di Tampa capitanata da Carson Cox. O meglio, quinto LP, primo album realmente registrato “in studio”. Sì, perché i Merchandise sono sempre rimasti fedeli alla logica Do It Yourself della scena hard-core punk della loro città natale e per i loro quattro precedenti lavori hanno preferito occuparsi personalmente delle registrazioni. La 4AD, etichetta inglese, è finalmente riuscita a fargli cambiare idea e “A Corpse Wired For Sound” è stato registrato in tre studi diversi, tra Italia, Berlino e New York. Il risultato è un album finemente cesellato, ma non per questo meno credibile dei precedenti. Ascoltandolo si ha l’impressione di trascinare per le gambe un cadavere (il corpse del titolo) attraverso un percorso di suoni oscuri. Decadenza post-punk. Fin dal primo brano, “Flower of Sex”, si capisce che Carson Cox ama premere gli interruttori dei suoi pedalini per creare un muro di suono fatto di phaser e delay. Ma il disco prosegue fra schiaffi e carezze e i pezzi si alternano con la giusta armonia, fra picchi e dirupi. Entrano i synth e “Right Back to the Start” è un bel tappeto di suoni elettronici su cui si muove elegantemente la voce di Cox, che ricorda molto quella di Morrisey.

I brani che seguono sono due dei tre singoli estratti dall’album e, per ricollegarci alla logica del DIY, è interessante far notare come i video siano stati girati e diretti dallo stesso frontman della band. “Shadow of The Truth” è un pezzo introspettivo che da l’idea di specchiarsi in un pozzo oscuro: drum machine e atmosfere sognanti. “Silence” prosegue il lavoro della traccia precedente amplificando le sensazioni tenebrose che era riuscita a suscitarci, con qualche strizzata d’occhio ai Depeche Mode. Certo, i rimandi artistici in questo album non mancano, sono tanti i nomi che potremo elencare (The Chameleons, My Bloody Valentine, The Smiths ecc.), ma la riverenza verso i miti del passato non disturba. La band riesce comunque a suonare fresca e originale. Unica voce fuori dal coro rimane “I Will Not Sleep Here”, penultima traccia dell’album, che ti arriva addosso come una secchiata d’acqua fredda. L’incubo è finito e una chitarra acustica arriva ad annunciartelo. È la ballata del disco, la luce in fondo al tunnel. Se ne esce stregati, affascinati e, concedetemelo (sono un tipo sensibile), anche un po’ impauriti.

Alessandro Franchi

 

 

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