milkteeth cover

Un viaggio indietro nel tempo, già annunciato nel titolo. “Milkteeth”, denti da latte, simbolo fisiologico e inevitabile dei primi passi mossi da ciascuno di noi sul palcoscenico del mondo. Ma più che una volontà di memoria, quello che muove Douglas Dare in questo terzo lavoro in studio sembra essere un desiderio di riconnessione con le sensazioni, le atmosfere e quella limpida purezza infantile che permea(va) quei giorni. Con quell’approccio alla vita senza fronzoli, senza barriere o veli a proteggere (o nascondere) la propria vera essenza.

Il cantautore inglese, allora, non fa semplicemente un tuffo in un generico passato, ma in quell’inizio della storia, la sua (reale o romanzata che sia) ma non solo, in cui tutto è ancora possibile e nel quale allo stesso tempo si scrive già molto di quello che saremo. Per tutto questo e per la bravura compositiva e vocale di Douglas Dare, siamo di fronte a un disco permeato da potente bellezza, raffinata eleganza e grande capacità di appassionare, cosa non sempre banale per i lavori ai quali di solito si legano i due concetti precedenti.

Non nascondo tuttavia che mi ci siano voluti diversi ascolti prima di poter affermare di aver interiorizzato quest’album, non dico in assoluto, ma almeno sufficientemente per scriverne qualche riga con cognizione di causa. Del resto è ciò che accade con le cose veramente belle: all’inizio le scorgi appena, ti ci avvicini per osservarne qualche particolare, lo cogli ma ti accorgi nel frattempo che ti sfugge la visione di insieme. Allora torni ad allontanarti per inquadrare meglio il tutto, ti sposti e cerchi altre prospettive, e ad un certo punto eccola là, l’immagine che ti aveva attratta si mostra pienamente a te in tutta la sua potenza.

Così è “Milkteeth”, tanto da far pensare a una colonna sonora creata per un film molto molto realistico. Titoli, protagonisti dei brani, scorci casalinghi, testi e melodie, ogni elemento è curato e non lasciato al caso per concorrere a creare l’immaginario familiare e di ritorno all’infanzia che l’artista sceglie di regalare ai propri ascoltatori. Undici tracce di autentica poesia, durante le quali Douglas Dare si fa quasi cantastorie epico e ci porta con sé, attraverso la delicatezza del suo timbro, del piano, delle chitarre e dell’autoharp, tra quelle mura domestiche, in quel cortile, tra quei giochi e quelle cantilene un po’ sciocchi, ma così veri, che, senza latitudine ed età, riportano al proprio vissuto anche ciascuno di noi.

Daniela Raffaldi

 

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