Andiamo dritti, perché il decimo album di un artista come Devendra Banhart merita tutta la franchezza e l’onestà di cui siamo capaci: se la musica è madre, dal titolo dell’ultima fatica, “Ma” per l’appunto, smettiamola di compatire la condizione, assai triste, degli orfanelli sparsi per il mondo. Qui il nostro hippie freak che ha emuli in ogni angolo della musica pop di oggi ha riportato indietro le lancette del suo orologio creativo, ristabilendo coordinate e parole d’ordine tanto care ai suoi affezionati fans.

Gli ultimi lavori, deludenti, o quantomeno lasciati in ombra rispetto alla più coerente produzione antecedente, vengono smessi in luogo di nuovissime, e già collaudate, sperimentazioni sempre a cavallo tra folk, tropicalismo e tanta, tanta intimità. Il Venezuela, terra richiamata e omaggiata a piene mani e a piena voce, appare nelle vesti originarie della lingua spagnola, mai così sussurrata, dolce, evocativa; Abre Las Manos, di quanto detto, ne rappresenta compendio e vetta insuperata.

Caetano Veloso in acido copula con Jim Morrison, e tra i gemiti di Leonard Cohen germoglia quella che suggella l’intero libro degli affetti: Now all Gone, ballata sui generis, lievemente psicotica e aperta da varchi di luce astrale, moltiplicata dall’opera di un prisma allucinato.

Nell’avvicendarsi delle canzoni, tutte maledettamente conseguenti e allineate, cogliamo il senso dell’itinerario complessivo impresso dal suo autore; amore materno e per la terra di provenienza, ma anche spazio aperto alla ricerca, perché è a questi due concetti che rimanda il titolo dell’album, sublimati nella sghemba Kantori Ongaku, ode alla via giapponese del quotidiano vivere.

Un bicchiere è un bicchiere e il suo potenziale: cioè la sua possibile funzione di accogliere qualcosa d’altro. E la vita, cos’è se non proprio questo? Peste ci colga se vogliamo buttarla in filosofia spicciola, qui può bastare dirci quanto segue: l’album è perfetto per questa stagione che, molto più banalmente, ci pone interrogativi inderogabili, per esempio come vestirci la sera. Ma inspiegabilmente, su questo, Devendra tace.

Alberto Scuderi

 

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