vasco brondi

A me Vasco Brondi non è mai piaciuto granché, lo confesso, e per compagni e amiche che andavano a sentirlo, in adorazione perpetua, ho sempre provato un’altezzosa diffidenza di chi aveva capito il trucco, ingenui che non erano altro. Poi gli anni passano, Le Luci Della Centrale Elettrica si trasforma appunto in Vasco Brondi, da sempre l’unico titolare dell’azienda, le sonorità e lo stile si delineano nitidamente e il punk di una volta, per indole e rabbia, diventa qualcosa di diverso. Qualcosa che ti parla, che finalmente getta un ponte tra te che ascolti e il mondo là fuori inafferrabile, lo stesso di sempre.

Riguarda la maturità, io credo, cioè quella tendenza a farsi agganciare con vigore da stimoli e input, di una presa forte e preziosa sulla realtà che modifica la tua sensibilità lentamente, fino a quando ti volti e non ti riconosci più. Già nel 2017 con “Terra”, l’artista ferrarese, ma ormai italiano nella più piena accezione, aveva bucato il velo della mia indifferenza; quelle musiche semplici eppure costruite, archi e violoncelli a gonfiare il pathos naturale della voce e della chitarra, insomma sentivo un richiamo che se avessi ignorato sarebbe stato per la più confermativa delle pregiudiziali.

“Paesaggio dopo la battaglia” è arrivato quest’anno e la cosa non mi pare irrilevante. La foto di Luigi Ghirri, quella pandina che attraversa la campagna emiliana e si lascia alle spalle (o ne fugge…) nuvoloni nerastri, rimanda ai tempi che corriamo. Non si può pensare che la scelta sia stata casuale e proprio questa immagine, a dirla tutta, rappresenta lo spirito dell’album. Il grande fotografo reggiano definiva la fotografia, quindi l’immagine, un processo di fantasiosa prefigurazione, un “fantastico” moto creativo che guarda sempre altrove e in avanti. E Vasco Brondi compie esattamente questo, uno slancio perché no, provando a “immaginare” dov’è che va quella vecchia Fiat scalcagnata; senza false speranze, scrollandosi quella patina di retorica che malissimo sta facendo a tanto pop uscito in questi giorni, infarcito di buoni sentimenti e reclamizzato come il miglior modo per “ripartire”.

Ecco, Brondi dice di non ripartire. Perché in fondo non ci siamo mai fermati e quello che ci è successo rientra nella parte in commedia che spetta a noi uomini, relativi, piccoli e in fondo inermi. Basterebbe solo questa sincera e liberatoria ammissione per rendere il disco degno di essere ascoltato. Questa non è una recensione. Questa è una letterina modesta, rivolta a me stesso. Voi, fate così: ascoltate la prima traccia, 2600 giorni. E ne riparliamo…

Alberto Scuderi