I bambini ci guardano. Così diceva De Sica in uno dei suoi capolavori, quando leggeva con gli occhi di un bambino gli sbagli irreparabili di una famiglia. Facendo un salto temporale, in un’altra epoca ed in un altro emisfero, l’ottica è la stessa per “Un Sogno chiamato Florida”, con gli occhi di Moonee, sfortunata figlia dell’immatura Halley. Le due vivono in un castello dei reietti, l’ipercromico Magic Castle, che di magico ha solo desolazione ed incertezze.

Sean Baker, dopo Tangerine torna nelle periferie, dalla California alla Florida, per raccontare l’altra faccia del sogno americano, per ricordarci di chi affonda nella precarietà di un sistema socio-economico dove regna la degradazione, tra furti, prostituzione e televendite. In questo universo dei miserabili si muovono tre bambini, che trasformano in poesia le proprie vite marginali. Il regista gira ad altezza di bambino, con un utilizzo tanto personale della macchina da presa che ci trascina verso una lettura emotiva della storia.

Come in Tangerine, le marginalità sono unite da una solidarietà che vivifica l’apparente struttura pop, le dona intensità ed incide un solco drammatico in questa storia tragicamente grottesca.

Grandiosi i piccoli protagonisti, strepitosa Brooklynn Kimberly Prince, tutti selezionati su instagram, che, attraverso i loro giochi, le loro bugie e la ricerca di una vita semplice (come i giochi tra bambine, sui tronchi, quando pane e marmellata vengono poi preferiti a qualsiasi fast food), scevra dalle sovrastrutture e dagli illusori stili di vita dei grandi.

La forza di “Un sogno chiamato Florida” è la dolcezza poetica con cui il regista ci porta nella vita di anime infantili, irresponsabili; i piccoli diventano adulti, si sostituiscono ad essi e si trascinano, cercando di scappare dalla violenza quotidiana, in un disperato tentativo di salvezza.

Grandioso il finale, un inno alla speranza e Brooklynn Kimberly Prince lascia senza parole (ma con tante lacrime).

Il Demente Colombo