“Futuro Proximo” è un tempo verbale dalle infinite terminazioni, una ramificata declinazione dell’animo che Umberto Maria Giardini ha creato e disteso lungo le 10 tracce che compongono il suo ultimo lavoro in studio, naturale seguito di quello del 2015, “Protestantesima”. Forte dei lunghi anni di sudata dedizione musicale, sia solitaria che in gruppo o sotto lo pseudonimo Moltheni, il cantautore marchigiano classe 1968 riprende la chitarra e la penna per confermarsi – ancora una volta – una certezza della musica alternativa italiana.

Giardini tratteggia una musica capace di piacere senza compiacersi, di farsi strada senza sacrificare pezzi di essenza o politica estetica. Un suono capace di spaziare dall’elettronica al rock, dal prog al cantautorato. Una volontà compositiva a volte disillusa e polemica, altre volte fosca e dissacrante, altre ancora venata di romanticismo. Ma, sempre, fedele a sé stessa. “Futuro Proximo” parte dichiarando l’“Avanguardia” poetica in un mondo liquido e turchino, dal rock soffice e tradizionalmente psichedelico, sul quale la voce del cantautore si struscia in una sorta di stream of consciousness, fatto di rievocazioni e delucidazioni, di rimpianti e di immagini pittoriche tracciate tra gli assoli di chitarra.

“Alba Boreale” è saldamente ancorato alla realtà, un pamphlet polemico corredato di metafore decantato a gran voce su una base strumentale dedita al prog. La complessa semplicità di “A volte le cose vanno in una direzione opposta a quella che pensavi” è invece un dialogo a senso unico verso un interlocutore qualunque – perché siamo diversi ma tutti uguali -, mentre “Il vento e il cigno” è dominata da una morbida chitarra mischiata a sezioni ritmiche che sottolineano la purezza di opere e intenti del compositore: l’oro è un metallo che non fa per me. Suona quasi grunge la strumentale “Ieri nel futuro proximo”, e in “Dimenticare il tempo” Umberto Maria affila i denti voraci del cantautorato più puro e rock, senza filtri, specchio di un animo dolce ma tormentato, afflitto dal suo tempo. Le corde acustiche della ballad “Caro Dio” sono le righe sulle quali scorre un carteggio intimo, pulito e lieve, in contrasto con la successiva elettrica “Graziaplena”, dal tocco molto più rock e dark. Sembra una parentesi sacra, un sottotema dell’album: e lo è, ma intendendo sacralità come il divino presente nella propria essenza esternata, nel mondo e nelle sue manifestazioni. “Onda” è ritmica e cadenzata, quasi evocante un pop che subito si spegne nell’ultima, preziosa e romantica gemma al pianoforte e voce: un delicato “Mea culpa”.

Melodie interessanti e ricercate, una voce coinvolgente e penetrante, uno stile di testo immediato pur nel suo essere metaforico, semplice eppure così curato e cesellato. Anche in questo disco, così estetico e al tempo stesso così ancorato al reale e alla complessa scomodità esistenziale del presente, Umberto Maria Giardini ci lascia speranzosi di rincontrarlo presto, fosse pure in quel Futuro Proximo a cui forse siamo destinati a restare appesi in eterno.

Giulia Zanichelli

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