the circle Secondo album in studio per la giovane band torinese, a due anni di distanza dal loro primo lavoro “Life in a Motion-Picture Soundtrack”, che li aveva inseriti nel panorama italiano dedicato alle nuove generazioni. I The Circle traggono spunto dalla geometria per il nome della band e dalla meteorologia per quello del loro album “How to control the Clouds”. Qualcosa di sicuramente molto più complesso si cela dietro tutto ciò, come la voglia di unione e di aggregazione, immagine trasmessaci da una forma che non concede rotture come un cerchio, e il desiderio pretenzioso di controllare gli eventi unito alla certezza di non poterlo fare, il rassegnarsi alla pioggia sapendone trarre qualcosa di buono.

Come fare a controllare le nuvole? I cinque torinesi provano a spiegarcelo in nove tracce compatte e veloci, ballate elettroniche spudoratamente pop, dal suono di carattere poco italiano e più internazionale. L’album è stato prodotto, mixato e registrato con il supporto di Simone Sproccati al Crono Sound Factory di Milano. È uscito per Prismopaco Records/ Costello’s. Man mano che le tracce dell’album si alternano, ci accorgiamo di come scorrano velocemente. Senza difficoltà ascoltiamo brani dal diverso carattere, a tratti melodici e piuttosto intimi, a volte più decisi e sfacciati. Il ritmo non è mai troppo aggressivo e i vocalizzi da stadio scorrono morbidi e mai graffianti, voci e suoni si mescolano in un buon equilibrio.

La traccia d’apertura è “Shadows”, un arpeggio di chitarra e un susseguirsi di “oh oooh oooh”, che poi riprendono uguali ma diversi nella seconda traccia, “Shooting Star”, singolo che ha fatto da lancio per l’album. Riconoscibile è l’utilizzo della drum-machine che, in brani come “To fall”, va a sostituire il tradizionale suono della batteria. In aggiunta un’altra sostituzione (che poi ritroveremo in “The Endless Sky”), ovvero i vocalizzi semplici lasciano spazio a quelli composti, ed ecco che “ooh oooh ohhh” diventa un “wuooh ooh ooh”. Colori e magia coldplayana divaganti!

Nel mezzo dell’ascolto dell’album ci imbattiamo in un interludio strumentale della durata di circa 50 secondi che ci accompagna al brano “Irene”, forse il più tenero, caldo ed avvolgente dell’intero album. Sul finire troviamo “Love don’t cry” e “HWIR” (Happy When It Rains), dolci e malinconiche. Questo nel suo complesso è un album di quelli che accompagnano nelle attese, che può tenere compagnia. Se siete in auto, nel traffico della città, potete riempire i minuti del vostro viaggio con questi suoni come colonna sonora.

Marilena Carbone