streetsoflaredo_albumDopo due anni dal loro album di debutto, “Vol I & II”, gli Streets of Laredo, la “band of joy” di Brooklyn, sono tornati con il loro indie-folk rock in un nuovo album dal titolo “Wild”. La prima volta che lo ascolto sto andando a lavoro e sono in metropolitana. Il caffè non ha avuto l’effetto sperato: sono ancora assonnata. Ho bisogno di soddisfare l’altra mia dipendenza mattutina: qualcosa da ascoltare così da darmi la giusta carica. Con un titolo del genere mi aspetto che il disco sia abbastanza forte da svegliarmi.

E invece no. La title track è troppo lenta e la voce della cantante troppo delicata per affrontare la giornata piena di cose da fare. Come spiega Sarahjane sulla pagina della band, la canzone è stata scritta per essere una dichiarazione d’amore a suo marito Dave Gibson, fondatore del gruppo. La canzone si trasforma poi in una sorta di inno di incoraggiamento ad inseguire i propri sogni e ad essere più audaci. A correre dei rischi, insomma. Alle mie orecchie però suona solo come una romantica ballata country-folk americana alla Sheryl Crow! Un po’ noiosa.

Il secondo pezzo, Hammer and the Nail, è molto più ritmato, scandito dalla batteria. Va decisamente meglio. Mi ricorda le sonorità dei Vampire Weekend. A cantare ora è Dan Gibson (fratello di Dave). Inizio a picchiettare il piede sul pavimento e a scuotere la testa a tempo di musica. Parte Silly Bones: il pezzo ha un ritmo travolgente fin dalle prime note e un ritornello orecchiabile, mi viene da canticchiare. La signora accanto a me mi rivolge uno sguardo perplesso, ma fortunatamente alla prossima fermata devo scendere.

Dopo una giornata di riunioni e pause caffè, posso riprendere l’ascolto con Trap for Young Players. L ‘espressione tipica australiana (la band infatti è originaria della Nuova Zelanda) sta ad indicare l’aver commesso un “errore da novellini”; mi rendo conto che mi piace molto quando la voce maschile e femminile si mescolano alla perfezione, rispondendosi/rincorrendosi a vicenda. E secondo me con questo pezzo non hanno commesso alcun errore. Ma neanche con 99,9%: il pezzo ha sonorità moderne e si percepisce lo sforzo, espressamente dichiarato, di sperimentare di più rispetto al primo album, attraverso sonorità inusuali tanto da influenzare anche lo stile di scrittura; in Tunnel Vision si toccano sonorità quasi psichedeliche e rock anni ’60. In Doesn’t Even Bother Me la voce di Dan si fa molto più dolce: sembra quasi che stia parlando, più che cantando. E la sua voce mi culla lentamente verso la fine del disco, che si conclude con una rilassante e delicata Gold e con la sensazione che gli Streets of Laredo abbiano raggiunto una maggiore consapevolezza di se stessi, tanto da affidarsi alle mani esperte di un produttore come John Agnello (già produttore dei Dinosaur Jr e dei Sonic Youth) e farsi insegnare ad essere meno accademici in studio e ad utilizzare suoni campionati e sintetizzatori in modi nuovi.

Il risultato è un disco in cui ogni pezzo sembra a sé stante, mai uguale al precedente, e sicuramente distante dall’indie folk di connotazione più tradizionale sentito nell’album di debutto. Ora capisco un po’ di più il motivo per il quale abbiano deciso di iniziare il disco con la title track: per sbatterci in faccia di essere stati in grado di rischiare e capaci di inseguire i loro sogni, buttandosi a capofitto nella tanto gratificante, quanto insicura, carriera musicale.

Mariangela Santella