Dopo la pubblicazione dell’album “Heal” nel 2014, scritto in seguito ad un drammatico incidente d’auto, Strand of Oaks, pseudonimo di Timothy Showalter, torna a farsi sentire con il nuovo quinto album. Se il precedente album, da cui oggi vuole prendere apertamente le distanze perché troppo cupo e sommerso da se stesso e dai suoi problemi, era frutto dei postumi di quell’incidente quasi fatale e poteva considerarsi una terapia di guarigione per superare quel trauma, questo sembrerebbe essere la materializzazione dello sforzo di superare le “cadute” della vita: la morte, la droga, i tradimenti.

Rappresenterebbe soprattutto il tentativo di superare l’immagine da “ragazzo bianco che canta canzoni tristi con la sua chitarra acustica”: è proprio Timothy ad ammettere di essersi stancato di quell’immagine. Il cantante e cantautore intitola il disco “Hard Love”, che dà il nome anche alla opening track. Il tradimento della moglie probabilmente è una ferita ancora aperta, tanto che ne canta in varie parti del disco. In Cry, ad esempio, in cui il tema principale è quello delle bugie. Evidentemente non è così facile prendere le distanze da certi episodi della vita: l’amore è difficile e fa male, la maggior parte delle volte.

I testi sono semplici, non particolarmente criptici o profondi. Sono essenziali, così come le sonorità, ridotte alla forma di rock più puro, con qualche contaminazione artificiale qua e là. Molte tracce ricordano qualcosa di già sentito: dall’incipit di ispirazione brit pop (alla Oasis, per intenderci) di Everything , che poi si trasforma in qualcosa che assomiglia piú all’alternative rock degli Smiths, si passa a pezzi più potenti (Rest of It e Quit It), che ricordano le ruvide chitarre degli Ac/dc e dei Foo Fighters. Radio Kids, il primo singolo estratto, è un po’ più accattivante.

Ma il disco ha anche altre influenze: sonorità piú lente, riflessive e cupe, un po’ Radiohead e un po’ Damien Rice. Non mancano esperienze e distorsioni più psichedeliche come in On the Hill, che a quanto pare racconta del risveglio dell’artista su una collina, probabilmente strafatto dopo aver preso varie droghe. O Salt Brothers, solito racconto di un trip da acidi durante un festival. Ma anche e soprattutto l’ultimo brano, Taking Acid and Talking to My Brother che racconta un sogno, ossia la visita del fantasma del fratello. Un’esperienza realmente psichedelica e fuori dal comune, ma fatta senza aver preso alcun tipo di droga. Disco piacevole: si merita una sufficienza piena, con prospettive di miglioramento.

Mariangela Santella