Pashmak. O anche una realtà underground ben affermata del brulicante sottosuolo milanese. Li possiamo catalogare in modo piuttosto generico e riduttivo come “art-rock elettronico”, ma la verità è che i Pashmak sono un band contorta e stratificata di influenze così come dimostrano le origini dei componenti della band, lucane, siciliane, statunitensi e persino iraniane. Il 18 gennaio è uscito il loro nuovo album per Manita Dischi dal titolo “Atlantic Thoughts“, un viaggio lungo 10 brani che la band ci racconta in questo track by track.

 

La copertina di “Atlantic Thoughts”

 

Solid Roots
In un tardo pomeriggio di fine estate, in un paese del Nord in cui il sole è moderato, osservo la luce leggera scivolare giù dalla finestra senza poterla fermare, pensando all’inutilità di andare sempre in profondità. Se cambiando sistema di pensiero cambio il modo in cui pongo il mio corpo, cosa accadrebbe se cambiassi come il mio corpo si pone per poter pensare diversamente? Disincrocio le gambe e sento che da anni sto cercando qualcosa che non troverò mai, come solide radici e pelle pulsante. Alzo gli occhi e sono a Tangeri, nel punto in cui il mare incontra il Mediterraneo.

Golden Eyes
Sono appoggiato a porte di legno massiccio in una medina marocchina. Sono più grandi di quanto io riesca ad abbracciare con un solo sguardo e non vengono chiuse da almeno un centinaio d’anni.
Noi, chiusi in un appartamento, vedevamo il sole tramontare dietro all’aereoporto dismesso, cercando di fare pace con le nostre origini miste: sono irrilevanti, non ci rendono la metà o il doppio, la nostra essenza è meticcia. Riapro gli occhi e sono a Tangeri, sugli scalini del cinema Rif. Soffia un vento atlantico che mi ricopre di sabbia, mentre fantastico sui momenti in cui eri qui prima di me e su tutti i luoghi che abbiamo condiviso senza mai incontrarci.

Harp
In un territorio semi-disabitato fra il Montenegro, il Kosovo e la Serbia, capitiamo in una valle silenziosa. Da un campo rialzato abbiamo la possibilità di abbracciare tutta la vallata con un solo sguardo. Davanti a noi i covoni e l’orizzonte in fiamme, mentre dietro sta sorgendo una luna sovradimensionata. Si alzano in volo dei corvi sopra le nostre teste e sentiamo le ali sbattere l’aria; si allontanano fino a sparire mentre continuiamo a sentire il suono rimbalzare nella valle muta. Ci separiamo per commuoverci ognuno da solo con se stesso, sapendo che più spazio ci si lascia, più spazio si crea, più possibilità si possono abbracciare.

Fireflies
A notte fonda, in un quartiere residenziale di Berlino, usciamo nudi a camminare sull’asfalto. Superiamo la notte in un parco giochi con la sabbia, come fosse una spiaggia in centro città. Sostieni che la parte più vera della città sia questa, dove la gente comune conduce una vita normale. Siamo usciti poco fuori città, in mezzo al lago c’è un’isola su cui il sole batte fino all’ultimo secondo, prima di tramontare in questo paese dove soffia sempre vento e le betulle suonano una musica meravigliosa.

Oceans
Sdraiato di fianco a delle tombe fenice poste sugli scogli della costa nordafricana, osservo i gabbiani planare: non stanno davvero volando, sfruttano solamente una possibilità, riposandosi sulle correnti ascensionali. Starò meglio quando mi arrenderò ai pensieri atlantici e a tutti gli scettici. Questo è l’anno degli oceani.

Laguna
Venezia, porto di Sant’Elena. Mi sveglia una goccia di condensa che si è formata sull’oblò di prua. Mi vesto, scendo dalla barca e cammino sul molo fino ad arrivare al punto più lontano. Cerco di guardare l’orizzonte ma non capisco neanche dove finisca il mare e dove incominci il cielo. La laguna è sempre immobile e la nebbia non accenna a diradarsi; anche oggi rimarremo attraccati, in attesa. Sto imparando ad apprezzare le zone grigie, le sfumature e le gradazioni.

Sit and Stare
Tanti anni fa, nella mia testa, attendevamo la fine che non avremmo potuto evitare, seduti su una panchina ad aspettare che arrivasse lei a distruggerci. Ci guardavamo un po’ in terza persona, senza essere davvero toccati dall’imminente disgrazia, pretendendo che qualcosa sarebbe pur sopravvissuto.
Le cose cambieranno, ne son sicuro, mi ripetevo seduto su un divano a testa in giù, con le gambe in alto e la testa sul tappeto. Nel frattempo scendo in strada e incrocio sguardi di persone di cui mi innamoro continuamente, un istante dura un giorno e un giorno in un istante, mentre continuo a camminare senza meta.

Violet Wax Skin
Gennaio 2018, hinterland milanese, zona est. Torno a casa con un sacchetto contenente spezie, curcuma grezza, cumino e Raz, il miscuglio del cattivo cuoco. Nella valigia ho anche un corno di capra secco raccolto su un tetto e delle cortecce africane da usare come incensi. Fuori dal finestrino della macchina la tangenziale, la pianura umida e la nebbia. Fumiamo sul tetto desiderando di tornare ad essere vicini, senza però avere più fiducia l’uno nell’altro; a luci spente proviamo a tornare a giocare, cercando di definire dei limiti.

Shanti
Sopra il Lago Maggiore c’è un piccolo lago di acqua pulitissima. Mi tuffo con un amico d’infanzia, nuoto a filo col fondale e mentre fuori piove qui non cambia niente. Vento onde aria salmastra, pesci e barriere coralline, esseri abissali sconosciuti e dorsali oceaniche. Tutto questo è reale.

Questo album ha dato i suoi primi vagiti in un casolare di pietra e legno nell’entroterra ligure. Ci siamo isolati con un generatore di corrente, abitando la cosiddetta “Shanti Wild” e suonando un po’ di giorno, un po’ di notte.
Shanti è uno dei primi pezzi nati da una delle tante improvvisazioni che abbiamo incominciato a fare dopo il nostro primo tour nei Balcani. Un’esperienza che ha cambiato, in parte, il modo di concepire la nostra musica, un po’ per necessità, un po’ per divertimento e gusto del rischio.
In Liguria, in un lettera di addio per una persona temporaneamente oltreoceano scrivevo: “Chiudi gli occhi e fermati a respirare per un secondo, sono in tutte le pause che prendi, nel silenzio fra i suoni che fai, i rumori che produci, dietro i milioni di oggetti insignificanti e uccelli migratori”.

Bronzo
Bronzo è una risposta ad Alberto Dubito, poeta e rapper scomparso prematuramente; suonava nei Disturbati dalla Cuiete.
In un monolocale a Torino guardo Giulia, vive in un appartamento grande la metà del suo terrazzo. La nostra resistenza è stata il non piegarsi mai al discreto, al comune, al normale. Questa resistenza non era basata sull’affermazione dei nostri valori né sulla costruzione di un’utopia, ma sulla negazione, sull’affermazione di ciò che non volevamo essere. Così facendo non ci siamo definiti, non siamo. Ogni definizione che parte da una negazione lascia l’esistenza fragile nel momento in cui ciò contro cui ci si oppone crolla. Solo allora ci si accorge che invece che dire “io sono”, sappiamo solo dire “io non sono”. Il nostro è un invito a desistere per imparare a fletterci mon frere.