A poco più di un’ora dalla folla di Tokyo si possono trovare realtà che ci parlano di un passato lontano. Qualche mese fa salii su uno Shinkansen per perdermi tra le acque del fiume, nella foresta e nei templi di Nikko, in un incanto che non avevo mai vissuto. Avevo chiesto al mare, soprattutto a quello più a sud, di attendermi al prossimo viaggio, col rimpianto di non poter trattenermi di più in quel Paese incantato (il Giappone sognato con Miyazaki, Kitano, Ozu e Sofia Coppola). Potete immaginarvi con quale entusiasmo e con brama abbia abbracciato l’uscita del nuovo film di Hirokazu Kore-eda (autore di “Father and Son”), ambientato su quel mare che non avevo visto, a Kamakura, città a un’ora a sud della capitale, e che mi ha riportato a vivere e rivedere i volti e lo spirito gentile di quelle persone un po’ formali che avevo incrociato per troppi pochi giorni.
La gentilezza e la delicatezza sono la chiave di lettura di “Umimachi Diary” (“Our Little sister” per la distribuzione in inglese), un bel film che allo scorso Festival di Cannes ha incantato tutti. Uscito nelle nostre sale a dicembre, in questo inverno tiepido racconta l’incontro, al funerale del proprio padre che le aveva abbandonate da quindici anni, tra tre sorelle e la quindicenne Suzu, deliziosa quartogenita, di madre diversa, rimasta ormai orfana. Decideranno di vivere insieme formando una comunità femminile che scena dopo scena entra nei nostri cuori, con la dolcezza e la profondità di quattro “piccole donne” giapponesi. Un film di cui innamorarsi, domestico ma universale, in cui la dimensione quotidiana raccontata con una dolcezza irresistibile e una coinvolgente sottile ironia, sono la cornice per narrare il trascorrere e le fasi della vita di ognuno di noi. La vita e la morte si alternano in un pulviscolo malinconico, intersecandosi e ancorandosi al tema che fa da linfa al film, quello dell’importanza di amare e di prendersi cura degli altri. Un messaggio che si concretizza in un’immagine dolce come la nostalgia, quando tra sorelle, parlando della longevità del cinquantacinquenne adorato pruno di famiglia, Sachi, medico e maggiore delle quattro, riflette su come la pianta abbia richiesto le medesime cure di un uomo e dirà “Togliere i bruchi, disinfettare, tutti gli esseri viventi richiedono dedizione”. Nel trascorrere di un’estate caldissima e di crescita l’amore scalderà il cuore delle sorelle, che perdoneranno e comprenderanno molto degli errori dei propri genitori, spiegandoli alla luce di una nuova maturità meno severa e più saggia.
“Our little sister” è un film lieve, che sfiora l’anima, non so se perché legato alle tradizioni dell’educato e gentile popolo da cui proviene o per una sensibilità particolare del regista, che anche nel film precedente (il suo più famoso) narrava di famiglie e radici. Poco importa, se non che due ore ci lega alle sue quattro splendide protagoniste, tanto da aver voglia di non lasciarle più andar via, tra la luce di fine estate sulla riva di una spiaggia, mentre parlano di vita, morte e amore.
Il Demente Colombo