NORMAN-LA-GRANDINE cover11 sono le briciole che segnano la strada del ritorno dei Norman con La grandine!. Il gruppo, a sette anni dal disco d’esordio La rivolta dei bambini blu, da Treviso torna in studio per darci un nuovo assaggio del suo indie rock psichedelico, qualche volta travestendolo da pop e altre da cantautorato.

Nostalgia, dubbio, incertezza sono i leitmotif del cd, esplorati sin dal primo brano Gondrand, inquieta e reiterata introspezione, così come nel tunnel notturno di sentimenti di 4:44. Ma i cinque musicisti non si esauriscono certamente in una sfaccettatura, non si rinchiudono nelle salde gabbie di un genere puro: ce lo dimostrano l’emergere rock di Bigdominorally o il basso che sostiene potente le strofe pulite di Nonewyork, evolvendole poi in grida di chitarra e voce nel ritornello.

Il danno si presenta invece più melodica e dialogica grazie alla comparsa della candida Paola “Dilaila” Colombo. La voce melliflua e rotta di Massimiliano Bredariol, batterista dei “Valentina dorme”, ci culla poi per i 54 preziosi secondi dell’acustica memoria di una testa scamosciata. Dopo la ballad Leuca in cui ci riperdiamo nelle malinconie, e una Gara di resistenza tra strumenti, percussioni ed elettronica, le aperture sinfoniche di Gino Rossi ne fanno forse il pezzo musicalmente più interessante. La retorica di Tra un anno si scontra con la solenne ricercatezza sonora della traccia di chiusura che dà il titolo al disco, Grandine. Una sorta di testamento, un piccolo ma delizioso chicco di ghiaccio che sul finale solleva o ristabilisce le sorti di quello che è un lavoro riuscito ma del quale non sempre “avremo nostalgie quando il buio arriverà”.

I Norman hanno trovato un proprio ambiente sonoro, dolcemente elettronico e lucidamente allucinato, e un proprio orizzonte poetico, spesso conciso e profondo: lì si collocano, “e non c’entra Brian Eno”, ma speriamo di vederne i prossimi passi, senza che smarriscano la via adagiandosi in scontate e stucchevoli casette di marzapane.

Giulia Zanichelli