Una delle leggi musicali non scritte vuole che il primo disco sia una summa di influenze. Pure Bob Dylan e i Prodigy al debutto hanno rigettato il latte delle loro balie. Il secondo album resta quello dell’entusiasmo compositivo, del la va o la spacca. Arrivati al terzo disco, i capitalisti battono cassa, i coraggiosi cambiano le carte in tavola, i geni fanno entrambe. I Mom Jeans rispettano la legge: i primi tre  demo, usciti oramai cinque anni fa, erano quanto di piĂą frizzante, ibrido eppure personale ci si potesse aspettare allora (dentro sfoggiavano dai Weezer agli American Football, passando per i Brand New con un corredo pantagruelico di emo-punk senza che si oscurasse una propria identitĂ  di indie-queer-gang). L’attenzione arrivò grazie al passaparola. Con il debutto Best Buds, accorsero recensioni piĂą che positive.

Giunta al giro di boa, la band californiana soffre il varco: i piĂą positivi parlano di degna continuazione, gli altri di disco di passaggio creato (come da sudata foto copertina) dentro un tour che li ha tenuti impegnati quasi metĂ  dello scorso anno. Il risultato non può essere nĂ© ignorato – la linfa vitale c’è ancora, evidente – ne apprezzato in toto – la fatica di risultare originali emerge prima di metĂ  disco. Ed è proprio dal rischio di imitare ed imitarsi che il quartetto dovrebbe fuggire per scattare. I grandi di ogni genere si son sempre rigenerati a costo di confondere. Pensate ai soliti Fugazi.

I Mom Jeans devono dimostrare il proprio valore lontano dagli inni, dai crescendo persuasivi o dalla smania di stage diving. Al prossimo disco – se ci arrivano – l’ardua sentenza.

Giorgio Manysaints