A undici anni di distanza dalla raccolta finale “Ingrediente Novus”, Umberto Maria Giardini torna nelle vesti di Moltheni per chiudere il cerchio con l’ultimo capitolo del suo progetto, “Senza Eredità”, uscito l’11 dicembre 2020 per La Tempesta Dischi.

Nell’ultimo anno il cantautore ha deciso di recuperare le canzoni che per qualche motivo non avevano trovato posto nella sua ricca discografia (dal 1999 ha infatti pubblicato otto album come Moltheni e altri otto tra progetti vari). Un’operazione di rivisitazione e riadattamento, il cui risultato finale si traduce in undici brani dal suono senza tempo.

L’album è stato prodotto dallo stesso Giardini e da Bruno Germano, e vede la partecipazione della sezione d’archi diretta dal maestro Carlo Carcano, nonché di una lunga lista di musicisti italiani tra cui Massimo Roccaforte, Egle Sommacal, Carmelo Pipitone e Riccardo Tesio.

Le atmosfere sono prevalentemente folk, ma non mancano le chitarre elettriche che di tanto in tanto si intrecciano ad arpeggi e melodie sopravvissuti agli anni Novanta, dando vita a un sound che fa buchi nel tempo. Dal punto di vista delle liriche, “Senza Eredità” è un lungo dialogo: in ogni brano ci sono un “io” e un “tu” che prendono vita attraverso le nitide immagini di storie passate e presenti. La penna di Giardini resta intensa e spiazzante, una narrazione in grado di isolare l’esperienza dell’ascolto e di renderla estremamente immersiva, da La mia libertà fino all’eco finale di Tutte quelle cose che non ho fatto in tempo a dirti.

Il ritorno di Moltheni è l’ultimo respiro di un progetto che ha lasciato un segno indelebile nella scena alternativa italiana, rappresentando un riferimento importante per la generazione di autori che lo hanno succeduto. Giardini scrive un gran finale e congeda Moltheni senza lasciare eredi, con un album che è un racconto magnetico, potente come una fotografia.

Mattia Sofo

 

 

Photo Credit: Avida Dollars