Al terzo album, come tradizione vuole, la promessa del soul Michael Kiwanuka diventa una conferma. Richiama alla produzione Danger Mouse, già presente nel precedente e fortunato “Love & Hate” di tre anni fa, e alza ancora l’asticella nella sua unione fra antico e moderno, tradizione e novità.

“Kiwanuka”, già dal titolo una presa di coscienza forte sul proprio essere attraverso la propria musica, è un mix perfetto fra la nuova black music che ha come iniziatore il Gnarls Barkley di “St. Elsewhere” (non a caso un album con lo zampino dello stesso Danger Mouse) e il periodo più classico del genere, quello rappresentato dal capolavoro “What’s Going On” di Marvin Gaye.

Ad unire il tutto, un amore neanche troppo velato per l’hip hop (come non pensare a “Stankonia” degli Outkast, in particolare nei ben quattro intermezzi su quattordici brani totali), ma anche per il rock, rimanendo infatti la chitarra, a volte distinguibile, altre filtrata in un mare di synth, lo strumento base sul quale sono nate le canzoni.

Si comincia con la gioia assoluta di You Ain’t the Problem, una bomba sonora, melting pot dei generi più svariati in nome di un ideale di world music multietnico e universale. Rolling è irresistibile rock preso a prestito dai sixties, I’ve Been Dazed una ballata spaziale. Echi dell’altro genietto soul Sampha sono presenti in Piano Joint (This Kind Of Love), mentre Living in Denial resuscita il mai troppo compianto Otis Redding.

È quindi il turno di Hero, con quel suo riff a metà fra Along the Watchtower di Bob Dylan e Rape Me dei Nirvana, e un assolo finale rubato per metà al Jimi Hendrix più espressivo e per metà al Ron Asheton più acido: stupore e giubilo. Hard to Say Goodbye parte omaggiando il maestro Ennio Morricone per trasformarsi poi in un’emozionante cavalcata.

Final Days sarebbe curioso sentirla in un remix in cui entrano strofe rappate da Kendrick Lamar o da Anderson .Paak, Solid Ground ricorda i recenti fasti raggiunti da Paolo Nutini nell’altrettanto bello “Cosmic Love”. Light ci saluta attualizzando il Moby di “Play” e ci culla dolcemente fino alla fine dell’ascolto.
Uno degli album dell’anno.

Andrea Manenti