Le-Cose-Che-med-useUna storia travagliata quella dei Med.Use, trio di origine sarda trasferitosi da anni nel capoluogo milanese e che, dopo uno scioglimento, un ritorno e la definitiva nuova attività musicale grazie alla firma con la bergamasca Fontana Indie Label 1933, giunge finalmente all’esordio sulla lunga distanza.

Dieci canzoni (più una bonus track strumentale di un breve passaggio della prima traccia, quasi come a chiudere un cerchio) per un album che rientra appieno nella migliore tradizione alternative italiana fra Perturbazione, Afterhours e i più giovani (ed ahimé già sciolti) Io?Drama.

Si inizia alla grande con “5 Agosto” e il suo acidume chitarristico che sfocia in un ritornello melodico e d’effetto fra liriche che sanno d’afa lombarda come d’acqua di mare, seguono poi “Meduse”, semplice gioco di parole con rimando al nome della band per un pezzo dal cantato teatrale di scuola Godano, ed il quattro quarti disco de “La tecnologia”, dotata anche di un bel riff tagliente e liberatorio. La nenia lamentosa ma cantabile di “Lo scoglio” lascia poi spazio a quello che forse è il brano più sentito e toccante della tracklist: “Avrei” dimostra il coraggio (vincente) del trio nel rischiare nell’addentrarsi in ambienti pop pur con una voce molto simile a quella di un Sangiorgi.

Lontani richiami cantautorali si avvertono in “L’ansiogeno”, mentre nella title track così come nella conclusiva “Aria” il cantante chiede forse un po’ troppo all’ascoltatore fra vocalizzi ed alti toni. Va molto meglio con l’energica e quasi punk “L’acromata” e con l’elettronica ed ipnotica “Piombo”.

Sostanzialmente un esordio più che buono.

Andrea Manenti