Migration Stories è il decimo album in studio di M. Ward, uscito per Anti- Records e registrato in Canada insieme a Tim Kingsbury e Richard Reed Parry degli Arcade Fire. Da molti considerato l’album della conferma, l’ultima fatica del songwriter americano è la ciliegina sulla torta di un percorso artistico a base di folk, che negli ultimi quindici anni lo ha visto anche collaborare con musicisti del calibro di Lee Ranaldo, Sufjan Stevens e Norah Jones.

Come si evince dal titolo, Matthew ha deciso di mettere la sua scrittura al servizio di una narrazione attuale ed estremamente complessa: quella dei migranti. La narrazione comincia dalla copertina, la panoramica della City che brilla sotto un cielo stellato suggerisce che queste canzoni appartengono alla notte, il tempo dei migranti, dei pensieri e delle luci artificiali.

Gli undici brani, ispirati a storie lette sui giornali o sentite nei notiziari, tracciano le sensazioni del viaggio, raccontandone il sentimento primordiale che ci porta via quando chiudiamo gli occhi, e prescinde da qualsiasi vicenda politica. Forse a occhi chiusi è più facile calarsi dentro queste canzoni, mettersi dalla parte dell’altro e vedere nitidamente le distanze annullarsi, sentire propria la storia altrui.

Il disco scivola con agilità, si srotola sulla strada di fianco alla linea bianca partendo da Migration of Souls. In Independent Man la voce graffiante di Ward viene affiancata dal sax. C’è un accenno di elettronica nei synth di Unreal City, e Torch è la chiave del disco: in questa ballata che ci avvicina alla conclusione la voce di Ward è perfetta, dolce e confortante, ricamata sugli irresistibili “ba ba ba pa”.

Casualmente, ho ascoltato questo disco mentre terminavo la lettura dell’ultimo romanzo della scrittrice Jeanine Cummins, Il sale della terra, che racconta proprio di una fuga inaspettata, un viaggio difficile, un libro che potrebbe essere lo strumento perfetto per rendere ancora più vivde, se possibile, le magie di questo album.

Mattia Sofo