lou mornero copertina

Tracce dal sound gelido, che forse tradiscono il bisogno di nascondere la propria umana fragilità, a giudicare dal cantato caldo e dai dubbi esistenziali denunciati nei testi. Ecco la cifra più eclatante di questa raccolta, che tutto sommato potrebbe far parte del repertorio dell’ultimo Lucio Battisti – e dici poco.

Ma non solo Lucio; l’iniziale eponima è anzi avvolta di un velluto luminescente alla St. Vincent, mentre nella successiva riecheggia lo spirito di Mark Lanegan, per lo stomp della cadenza, ma senza il crooning e le velleità da maledetto dell’ex Screaming Trees. Anzi, il tono è quasi “parrocchiale”, e così ci piace, perché meno prevedibilmente rock e più empatico.

Anche i CSI, o i The The, possono essere dei buoni termini di paragone per descrivere la musica di “Grilli”. O Suzanne Vega, addirittura Fabio Concato. Un po’ di yodel qui e un po’ Celentano là, a volte Beck ma anche Gianni Togni, ascoltando Lou Mornero non si può fare a meno di trovare richiami che vanno sempre in due direzioni parallele, da una parte il cantautorato nostrano, dall’altra il folk contaminato col digitale di fine secolo, di cui il primo Beck fu appunto uno dei maggiori interpreti.

Menzione d’onore per Piccolo Tormento, un ritmo liscio davvero passionale e dal ritornello che gonfia il petto di ulteriore patetismo, e per Ouverture – che nonostante il titolo chiude il discorso – dove il cantautore milanese sembra meno indeciso del solito tra l’elettronica e i sentimenti, propendendo per la seconda soluzione, anzi tracimando finalmente nel sensuale, benché con una rilassatezza composta da salotto hippie degna dei Pink Floyd più malinconici ed edonisti.

Alessandro Scotti