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“Julieta”, di Pedro Almodovar (2016)

Alice Munro è una delle scrittrici più intense e drammatiche di sempre. Fa parte di quelle anime che riescono a parlare e ad evocare con uno sguardo e un linguaggio puramente femminili. Almodovar, per il suo ultimo film, ha voluto rendere omaggio alla scrittrice premio nobel, che aveva già citato in precedenza, come ne “la pelle che abito”, con un’opera tratta da suoi tre racconti, che affonda le proprie radici nella tematica dell’abbandono.

Fedele al proprio stile ipercroamatico e melodrammatico, Almodovar racconta una storia semplice e sentimentale, che ricorda per narrazione e tonalità “Tutto su mia madre”. Allora Manuela lasciava Madrid per Barcellona, alla ricerca di un padre dopo la scomparsa del figlio, qui Julieta torna a Madrid per ritrovare sua figlia Antìa. Un melò classico, di  quelle storie costruite con un cuore e un simbolismo tutto femminile, che sono la parte migliore della filmografia del regista, che brilla quando abbandona gli eccessi e si dedica a sentimenti che bersagliano il cuore.

Julieta è un film calibrato, dove l’emotività è trattenuta, dove la sceneggiatura è perfetta ed essenziale. Non ci sono bellissime canzoni a farci sospirare (come Volver o Tabajon), ma parole e volti. I primi piani sono dediche d’amore alle proprie attrici, che, tutte bravissime, parlano con occhi e corpo, affidando alla luce dell’anima la formazione di un’atmosfera vagamente cupa, tesa e sottesa da premonizioni nefaste che ciclicamente tornano, come una maledizione.

Julieta è destinata a soffrire per l’oracolo pronunciato dalla governante Mariane, naufragando in un oceano di sensi di colpa di cui sono responsabili soltanto le nostre passioni (si sente l’influsso di Edipo Re) e il fatto di essere imperfetti mortali costruiti di carne e di sangue. Non aspettatevi l’ironia e quel gusto per l’inaspettato cui Almodovar ci ha abituati nel tempo, ma un dramma maturo e dalle tinte cupe, con un inizio dai tratti quasi espressionisti. Ovunque si respira il mito e il respiro del viaggio di Ulisse che si ripete in un drammatico eterno ritorno, dove solo la perdita permette di ritrovarsi. Da vedere, per credere ancora in un grande cinema d’autore che travolge ed emoziona con una marea di sentimenti.

Il Demente Colombo