In questo 2019 denso di graditi ritorni che hanno spesso il sapore di comparsate per salutare un decennio che volge a un imminente termine, non c’è da stupirsi se l’ultimo album omonimo dei Jennifer Gentle, uscito per La Tempesta Dischi, sia salutato con meraviglia ed eccitazione: vuoi perché dall’ultimo “Concentric” del 2010 la band non si era più sentita (al di fuori di qualche sortita cinematografica) e la considerazione diffusa era che fosse ormai un capitolo chiuso con lieto fine; vuoi perché lo spessore internazionale (furono i primi italiani a firmare con la Sub Pop) è di tutto rispetto; vuoi perché il nostro panorama “indie” ha soprattutto bisogno di gruppi e dischi come (i) Jennifer Gentle; vuoi perché quella che oggi ci ritroviamo tra le mani è semplicemente un’ora di ottima musica.

Marco Fasolo, mente e mano cui ruota attorno tutto il progetto, reduce dall’annata trascorsa insieme agli I Hate My Village, recupera infatti con disinvoltura una storia lasciata in sospeso ma mai interrotta, proponendo ben 17 brani di estrazione pop-rock psichedelico, che guardano ai classici pur tenendo un tocco contemporaneo e in linea con il nostro tempo in termini di produzione.

Citare le reference di queste canzoni sarebbe puro esercizio di stile: le armonie vocali di “Abbey Road”, i Pink Floyd barrettiani, i Queen più barocchi e certi one hit wonder Anni ’60 sono presenze costanti nel corpus dei Jennifer Gentle. Qui sono sapientemente mescolate a escursioni strumentali tipicamente filmiche e a schegge impazzite che dal vivo promettono sorprese, come lo stomp di You Know Why o il funky rock del primo singolo Guilty, con sentori di Prince. Il tutto trova sunto compiuto nella lunga Swine Herd, semi-suite che brilla di luce propria e rende tributo alla tradizione progressive italiana, felicemente esportata in tutto il mondo, con facile parallelismo a quanto del resto accaduto ai precedenti dischi dei Jennifer Gentle.

Menzione di merito per la bella copertina, che sembra citare “The Midnight Room” dei Jennifer Gentle stessi e in generale una chiara estetica pop dei decenni che hanno ospitato i nomi sopraccitati. L’artwork, infatti, contestualizza e prefigura ciò che ritroveremo nell’album e dà il giusto peso a un’arte grafica che in epoca di streaming digitale sembra spesso trascurata, proprio come una certa cura per i dettagli qui magistralmente espressa. Il consiglio è quello di non perderseli dal vivo, pena il rischio di dover attendere altri 10 anni.

Andrea Fabbri

 

E adesso l’angolo dei se… iniziamo?

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