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Intervista ai Vostok: la “Smania” di doverlo gridare

A distanza di ormai quattro anni i Vostok tornano con un nuovo album, “Smania”, registrato e mixato da Andrea Sollo Sologni (Gazebo Penguins). Un disco dall’attitudine punk, con la sfrontatezza delle chitarre che ne impastano la materia. Anticipato dal video di “Ridatemi Novembre” (lo potete vedere qui sotto), “Smania” è un lavoro  urgente, dove è concentrata tutta la «forza di chi vuole reagire e riesce ad affrontare i cambiamenti, cercando di esternare il proprio io agli altri, per il puro piacere di condividerlo». Abbiamo fatto qualche domanda ai ragazzi per capire meglio cosa avevamo in cuffia.

A cura di Andrea Frangi

 

INTERVISTA

Siete operativi da un po’ di anni. Cosa avete fatto nel tempo trascorso tra “Smania” e il vostro disco precedente? Si percepisce una grossa diversità, cosa è cambiato?

Sono cambiate tante cose. In “Vostok S/T” avevamo un altro cantante e Danuz suonava il basso. Eravamo andati letteralmente in fissa per i Them Crooked Vultures e il sound di Josh Homme in generale, quindi i pezzi nascevano partendo da un riff circolare di chitarra o di basso sul quale poi costruivamo la canzone. In “Smania” Danuz è passato alla chitarra e voce insieme al Pasqua, ed è entrato Fede al basso. Abbiamo rivoluzionato lo stile compositivo partendo da melodia e armonia e definendo solo successivamente il suono e l’arrangiamento. Tutto questo, cercando di far muovere i pezzi nella stessa direzione dei testi e dell’aria che le immagini proposte ricreavano. Ci siamo innamorati di alcuni dischi italiani della scena emo-core, come “Legna” e “Raudo” dei Gazebo Penguins, “Ormai” dei Fine Before You Came, “Love is Conspiracy” degli Auden e “Il Primo Disco Era Meglio” dei Majakovich. Però la composizione del disco è frutto anche di influenze molto lontane dal genere, come “Sound & Color” degli Alabama Shakes, oltre a tutte le nostre influenze internazionali di sempre, come Interpol, Nirvana, Foo Fighters, Oasis, ma anche  il cantautorato italiano anni ’70.

Siete dei “ragazzi di provincia”, potremmo dire. Al di fuori dei circuiti cittadini grandi come possono essere Milano o Roma, ci sono diverse difficoltà per chi fa musica. Quali sono state per voi? E invece, ci sono dei lati positivi per chi fa musica nei piccoli centri?

La provincia è la nostra dimensione ottimale perchè fondamentalmente, come tutti quelli che abitano e scelgono di abitare in provincia, amiamo e odiamo le nostre abitudini. Spesso ci annoiamo e quindi scriviamo. Non scriviamo mai in estate perché  abitiamo al mare e quindi non ci annoiamo. La provincia è ispirazione continua; spesso ti obbliga a riflettere e dalla riflessione nasce l’urgenza espressiva che ti aiuta ad andare avanti e non pensarci troppo. Ovviamente saremmo scontati a dire che in provincia a livello musicale ci sono pochissime realtà che ti consentano di suonare davanti ad un buon pubblico e in una situazione che ti può far crescere, ma è una verità che impatta molto sulla crescita e la vita di una band. In qualche modo, devi riuscire ad andare “in città”.

Quali sono i vostri punti di riferimento? Livorno, città vicino a dove siete voi, ha visto crescere tantissime promesse che col tempo sono rimaste mantenute: Motta, Rondelli, gli Zen Circus. Sono i primi artisti ai quali avete guardato anche voi? 

Bobo Rondelli è un artista incredibile che ci ha sempre affascinato, un tipico artista livornese che è riuscito a rimanere genuino nonostante l’esposizione mediatica. Degli Zen Circus siamo fan della prima ora e anche di Motta abbiamo seguito il percorso fin dai Criminal Jokers. Però le band della zona che seguivamo sono anche altre, come i Seed ‘n feed o i Bad Love Experience, o una scena più legata al sottobosco musicale.

 

 

Qual è stato il contributo che avete trovato in Sollo? Avete registrato il disco che avevate in mente entrando in studio e vi ha aiutato o invece è successo anche qualcosa d’altro?

Quando Sollo ha deciso di produrci il disco abbiamo camminato a 10 centimetri da terra per un mese. Ha impreziosito quello che andava già bene, curato quello che era solo abbozzato. Sicuramente abbiamo registrato il disco che avevamo in mente e sapevamo che lui era la persona giusta per rendere davvero concrete, dal punto di vista sonoro, le nostre idee. Ci ha insegnato molto sul metodo e ha anche arrangiato completamente un pezzo, Primavera, che è diventato un unicum acustico molto interessante.

Ci sono diversi punti nostalgici, che richiamano anche a un immaginario forse passato, penso a pezzi come Boban o Militare. Credo che il tema della nostalgia, quella sensazione di perdita, sia un po’ innervato in un genere come il vostro, ma mi sembra di percepire anche una certa urgenza. Come è stata la gestazione dei brani?

I pezzi parlano di tante cose che ci sono successe. È una narrazione molto viva in realtà, qualche canzone fa ancora abbastanza male. Il disco parla di vita, di aspettative, ansie, frustazioni, cose non dette, cose non fatte, cose che avremmo dovuto dire, cose che avremmo dovuto fare. È urgente perchè abbiamo bisogno di fare e di continuare a “fare” nonostante tutto; in questo senso acquisisce anche una connotazione molto positiva. Il ricordo di quello che è successo fa male, ma aiuta e dà slancio in avanti.

Quali sono le aspettative adesso? Il tour?

Siamo carichi e abbiamo voglia di suonare, questa è l’unica aspettativa. Stiamo lavorando per mettere in fila delle date e appena possibile annunceremo dove trovarci sulla nostra pagina Facebook.