Gli Sdang! sono Alessandro Pedretti e Nicola Panteghini, due musicisti bresciani dalla lunga gavetta (hanno suonato con Giuradei, Veronica Marchi, Giancarlo Onorato, Alessandro Sipolo e molti altri), che da ormai quattro anni hanno deciso di intraprendere l’irta strada della musica strumentale. Una strada che ha già dato i suoi frutti: “Il paese dei camini spenti” è il titolo del loro terzo lavoro.

Undici brani suonati dalle percussioni e dalle chitarre dei due titolari, spesso accompagnati da vari amici pronti ad impreziosire il suono già di per sé ricco. Durante l’ascolto vi sembrerà di viaggiare tanto in luoghi sconosciuti quanto in luoghi che fanno parte della vostra vita. L’importante è lasciarsi trasportare dal vigoroso flusso creato dagli Sdang!

Per aiutarvi in questo viaggio abbiamo voluto fare due chiacchiere proprio con loro.

A cura di Andrea Manenti

 

La copertina de “Il Paese dei Camini Spenti”

 

A due anni di distanza da “La malinconia delle fate” tornate con un nuovo progetto ancora una volta trascinato dal motto: “Raccontiamo storie senza parlare”. Ci volete dire qualcosa a riguardo?

A: “Raccontare storie senza parlare” descrive perfettamente il nostro intento musicale. Il nuovo disco “Il paese dei camini spenti” riprende il discorso lasciato più di due anni fa con “La malinconia delle fate”. Musica suonata e sudata che non ha bisogno di parole, se non quelle dei titoli, che hanno la funzione di suggestionare e aiutare l’ascoltatore ad immergersi, per poco più di mezz’ora, in un piccolo paese misterioso.

N: Siamo un po’ anacronistici. Facciamo musica suonata, facciamo i concerti, stampiamo i dischi e li vendiamo ai concerti. È sicuramente il nostro disco più completo, nato dalle riflessioni sulla nostra esperienza dei dischi precedenti. Come chitarrista e autore insieme ad Alessandro faccio veramente fatica ad immaginarmi come sarà il disco successivo, se ci sarà.

Ognuno degli undici brani che compongono “Il paese dei camini spenti” nella cartella stampa è accompagnato da qualche riga che ne descrive la storia, il significato che ha per voi. Ho notato che spesso parlate di natura, solitudine, tradizioni e tranquillità. Al contrario il vostro sound è molto duro, tendente all’hard rock e al progressive metal. Come possono coabitare queste due differenti dimensioni?

A: I brani che compongono “Il paese dei camini spenti” sono delle altalene emotive. Prendi per esempio Quando le donne stavano ai lavatoi. L’idea che mi sono fatto è di queste vecchie lavandaie che ogni giorno, al lavatoio, puliscono i panni impuri dei mariti. Dietro la figura tranquilla e pacata della lavandaia si nasconde un abisso di negatività non visibile ai suoi occhi. Ritmicamente è un brano che viaggia su due binari separati, ma costantemente in tensione e perfettamente allineati. Se esiste un equilibrio, è sicuramente l’incontro delle energie presenti, la conoscenza di esse e il loro esprimersi compenetrandosi. Sdang! è questo. L’opposto che si attrae e genera nuova energia.

L’album si apre e si chiude con il suono del pianoforte, come a voler creare un cerchio che contenga tutta la vostra creatività entro confini ben precisi. Era vostra intenzione creare una sorta di concept, di racconto sonoro con un inizio e una fine che sembrano coincidere?

A: Sì, nostra intenzione è stata proprio quella di creare un concept album, rispetto ai primi due dischi dove ogni brano è considerato come una piccola storia indipendente. Il disco inizia con il suono della pioggia e finisce In assenza di nuvole. Chiamala se vuoi una “purificazione”.

N: E’ stata un’idea del Pedretti: il brano iniziale è stato composto e suonato da lui, opera sua anche la registrazione ambientale dell’inizio. Sua anche l’idea di dare la “consegna” a Pierangelo Taboni per la creazione del brano finale. A proposito di influenze, a me salta in mente “Mellon Collie and The Infinite Sadness” degli Smashing Pumpkins. Anche lì con pianoforte che apre e chiude. L’idea di un concept mi è piaciuta subito, forse nei dischi precedenti mancava proprio un disegno che unisse i vari brani.

All’interno dell’album ci sono interessanti ospiti della realtà bresciana come la cantautrice Claudia Ferretti (Claudia Is On the Sofa) o il “country man” Ronnie Amighetti (anche produttore e fonico del disco). Inoltre in passato voi eravate parte integrante della formazione dei Giuradei, che quest’anno hanno fatto sfracelli con i loro Dunk. Come vedete la scena musicale bresciana di oggi? Vi sentite parte integrante?

A: Parlare di una vera e propria scena bresciana non è il termine corretto. C’è il rock, l’elettronica, l’hip hop, gli sperimentatori e chi segue le mode del momento. Esistono parecchi musicisti e parecchi gruppi, alcuni dei quali rimangono in sala prove e nel mondo di facebook/instagram, altri che suonano solo a Brescia, altri ancora che provano ad andare oltre e poi c’è chi finisce in giri un po’ più grossi (Dunk, Coma Cose, Joan Thiele, Frah Quintale…), ma non parlerei di scena. È un po’ come il mercato del sabato mattina, puoi trovare di tutto! Dicevi i Giuradei… La magia respirata in quegli anni è qualcosa che ancora, a pensarci, mi emoziona. Ettore e Marco sono due persone incredibili con i quali abbiamo vissuto un’esperienza unica. Sei anni con una media di 80 concerti l’anno, o qualcosa di simile… Potete immaginare, parte di questo è finito anche in Sdang! Con Sdang! noi cerchiamo di trasmettere l’amore e la passione per la musica suonata, senza fronzoli. Suoniamo ciò che ci piace e ciò che ci piace l’abbiamo creato scannandoci uno contro l’altro in sala prove con un solo fine: fare insieme ottima musica. Come siamo su disco, siamo così anche dal vivo.

N: Sottolineo la presenza di Fidel Fogaroli, uno tra i migliori tastieristi che abbiamo in Italia… E di Superdownhome, la realtà più cool del rural blues nostrano. E di Pierangelo Taboni, pianista e compositore, a cui dobbiamo la chiusura del disco. Comunque sono tutte persone a noi vicine in cui io credo, che ritengo artisticamente valide e che sono state contattate per le loro capacità musicali. Sono molto onorato che abbiano accettato. Per quanto riguarda la scena musicale, non credo esista realmente. Non vedo fermento culturale, pochi investimenti nel nostro settore, clima abbastanza rassegnato.

Sempre parlando della vostra città, il rock da voi è sempre stato di casa, partendo dalla PFM arrivando ai Timoria ed oggi ai già citati Dunk e alla realtà cui fa da cornice la Latteria Molloy. Cosa significa per voi Brescia?

A: La fortuna di Brescia è quella di avere avuto negli anni posti e persone che hanno fatto molto per la musica. Prendi appunto la Latteria Molloy. Più di dieci anni fa era poco più che una piccola sala (avete presente i circoli Acli o UISP… Ecco, una cosa del genere) e con il tempo grazie all’impegno infinito di persone come Alberto Belgesto, Paolo Fappani & soci, il locale è diventato un punto di riferimento per artisti nazionali e internazionali. Lio Bar, Carmen Town, Latte+, solo per citarne alcuni, sono locali che hanno permesso alle band bresciane di confrontarsi con un pubblico di appassionati e, a volte, di andare oltre.

N: Brescia? È una città complessa, difficile parlarne senza cadere in contraddizione.

Appena prima dell’uscita discografica del vostro lavoro, è stato pubblicato il videoclip di Teleferica al chiaro di luna. A fare da sfondo alla vostra canzone ci sono immagini prese dall’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa di Ivrea e sono riprese effettuate presso gli stabilimenti di Montecatini, Campofranco e Porto Empedocle. Devo ammettere che queste si amalgamano molto bene all’atmosfera del vostro pezzo. Era voluto o è stato davvero tutto causale come scritto su youtube?

A: È frutto del caso, e il caso in quel momento ci ha baciati! Stavo cercando dei video sull’estrazione del marmo per un progetto di Valorizzazione delle Cave della Valle Camonica che sto curando con la mia compagna e nel frattempo stavo ascoltando i provini del nuovo disco di Sdang! Ad un certo punto ho iniziato a notare una serie di sync. Non ci potevo credere! Quelle immagini erano perfette per la nostra musica. Per fortuna Teleferica al chiaro di luna era uno dei brani registrati a metronomo e quindi la sincronizzazione sarebbe riuscita anche nella versione definitiva. Abbiamo preso un accordo con l’Archivio Nazionale del Cinema di Impresa, che ci ha permesso di utilizzare le immagini.

Gli Sdang! esistono relativamente da poco, quattro anni, ma hanno dedicato molto del loro tempo alla realtà live con ben 101 concerti all’attivo. Cosa significa per voi poter esprimere la vostra arte attraverso un contatto diretto con il pubblico?

A: Significa fare vivere le nostre musiche e dare l’occasione ad altri individui di comunicare con i nostri pensieri per poco più di un’ora. Spesso nei nostri concerti si crea una piacevole empatia, usando pochissimo le parole, in genere, solo per presentare i brani. Fare concerti è un’arma a doppio taglio. O piaci o non piaci. Poi c’è chi te lo dice e chi no. Contando che abbiamo venduto circa 1.000 dischi ai nostri concerti possiamo ritenerci soddisfatti del potere comunicativo della nostra musica nelle occasioni in cui ci siamo trovati.

N: Personalmente non credo sia arte, più intrattenimento, ma non credo sia questa la sede ideale per disquisire di estetica. Suonare per qualcuno è una cosa fondamentale che ti fa sentire un musicista completo, noi lo facciamo al meglio delle nostre possibilità.

In questi numerosi live avete inoltre avuto la fortuna di avere più volte come ospite Colin Edwin (Porcupine Tree / Ork). Cosa potete dirci a proposito di questa collaborazione?

A: Colin oltre ad essere un musicista straordinario è anche una persona dallo spirito buono. L’ho conosciuto quasi dieci anni fa e insieme abbiamo fondato il progetto Endless Tapes, pubblicando un Ep (“Endless Tapes EP”) e un disco (“Brilliant Waves”). Provate ad ascoltarli, c’è dentro tanta buona musica! Da quando abbiamo iniziato a proporci dal vivo come Sdang!, abbiamo anche sperimentato situazioni parallele al duo. I concerti di supporto al primo disco “Il giorno delle altalene” erano accompagnati dai visual di Andrea Pettinari. La seconda parte del tour de “La malinconia delle fate” vedeva invece tre formazioni diverse. Il duo, il duo con live painting a cura dell’artista Laura Micieli e il trio con Colin, con il quale nell’estate del 2017 abbiamo fatto una quindicina di date. La scelta di affidarci ad Andrea, Laura e Colin è stata dettata dalla stima e dalla fiducia nei loro confronti, così come la scelta dei musicisti ospiti all’interno del nuovo disco, ovvero Fidel Fogaroli, Claudia Ferretti, Pierangelo Taboni, i Superdownhome e Francesco Venturini.

N: Mi ha fatto piacere sentire Sdang! con un basso. E Colin ovviamente è stato molto bravo ad inserirsi. È stato piacevole. Ci ha aiutato nel movimentare un po’ la promozione del nostro secondo disco, insieme abbiamo lavorato bene!

Sempre a proposito della dimensione live, avete in programma un tour?

A: Lo abbiamo inaugurato il 7 dicembre proprio a Brescia, in Latteria Molloy. Si riparte da dove avevamo lasciato. Poi, da dicembre a febbraio saremo a Lecce, Latina, Roma, Mantova, Magenta, Cesena, Ferrara, Misano Adriatico, Macerata, Genova, Savona e in Svizzera. A queste si aggiungeranno sicuramente altre date. Se volete farci suonare, basta mandare un messaggio alla nostra pagina Facebook e poi troviamo un accordo.

Siamo arrivati alla conclusione. C’è qualcosa di importante che non è stato detto? Prego, questo spazio è vostro.

A: Ringraziamo Ronnie Amighetti, che ha registrato il disco, Dreaminggorilla e Edison Box, ovvero le etichette che ci hanno permesso di pubblicarlo, Alberto Mancini per le foto promozionali, Milena Berta per l’Artwork del disco e tutte le persone (che ci stiamo dimenticando) che hanno collaborato alla realizzazione de “Il paese dei camini spenti”. Vi aspettiamo ai nostri concerti!